Dopo Ho visto la TV brillare, Jane Schoenbrun torna sul grande schermo con Camp Miasma (Teenage Sex and Death at Camp Miasma il titolo originale), opera che inizialmente sembra voler giocare con le coordinate dello slasher per poi rivelarsi come qualcosa di profondamente diverso. Schoenbrun, infatti, propone un dramma dalle tinte umoristiche che abbraccia l’horror come matrice semantica di riferimento e come riflessione sul dispositivo cinematografico in termini di identità, sessualità e scoperta di sé, limitandosi negli stilemi a incursioni splatter volutamente sopra le righe, ricorrendo ad esempio a frequenti zampilli e fiotti di sangue simil-fontana.
Al centro della narrazione troviamo Kris (Hannah Einbinder), una giovane regista di scuola Sundance incaricata di dirigere il reboot di Camp Miasma, storico franchise di stampo slasher da tempo logorato da sequel scadenti. La ragazza vorrebbe attuare un’operazione di rilancio autoriale recuperando la figura di Billy Presley (Gillian Anderson), la storica final girl della saga che vive reclusa nel campeggio teatro degli orrori raccontati nel primissimo film. La relazione tra le due – un rapporto di intimità e complicità – costituisce l’anima del lavoro di Schoenbrun, perseguendo un percorso già evidente nel suo Ho visto la TV brillare. Se nel film precedente la riflessione sull’identità prendeva le mosse dall’idea di un immaginario capace di rendere visibile ciò che i protagonisti non riuscivano ad accettare di loro stessi, qui Schoenbrun sposta il discorso più apertamente sulle frontiere del desiderio.
In tal senso, l’esplorazione queer non viene sovrapposta artificialmente allo slasher, emergendo piuttosto dalla sua decostruzione. Il “mostro” queer, nonché la sfera sessuale in un’ottica più ampia, così come l’idea di final girl e di maschera vengono ripensati attraverso uno sguardo che rifiuta di considerarli come elementi fissi e immutabili. In questo, è proprio il personaggio di Little Death a condensare al meglio il significato del ribaltamento prospettico di Schoenbrun, con l’idea della petite mort orgasmica che assume i tratti di maschera matericamente geometrica, quasi un richiamo al Pyramid Head silenthilliano nel suo assumere al tempo stesso una funzione che è sia concreta sia psicologica. Schoenbrun struttura l’identità visiva del villain per riflettere le turbe sessuali della protagonista, le quali prendono forma attraverso il rapporto tra paura, desiderio e immaginazione. Di nuovo, il cinema di Schoenbrun continua a essere trasformativo, muovendosi al di là dello slasher stesso (i riferimenti sono comunque molteplici, da Venerdì 13 a Sleepaway Camp) e guardando anche alla carne cronenberghiana.
Particolarmente riuscita, nel film, è la sequenza che mette in luce la contrapposizione tra l’animo artistico di Kris e la logica produttiva che vorrebbe semplicemente resuscitare una proprietà intellettuale per trasformarla nell’ennesimo cash grab. Kris immagina un reboot che riesca a essere elevated, rileggendo criticamente il materiale originale per immergersi nella prospettiva di Little Death. La satira sull’industria cinematografica è abbastanza evidente, ma trova una sfumatura interessante nel comportamento di Kris, talmente investita nella questione identitaria da aver perso di vista il senso complessivo del suo ruolo atteso. È qui che Camp Miasma esibisce sia la sua caratteristica più affascinante, sia il suo limite maggiore. Il film, pur nel suo indubbio eclettismo stilistico, si distanzia fin troppo dal suo oggetto. Il genio di riletture metaslasher come New Nightmare, Scream e Quella casa nel bosco era il restare comunque ancorati alla dimensione di riferimento, senza porsi al di sopra del genere stesso. Camp Miasma, invece, sembra porre una distanza effettiva tra sé e l’horror, rischiando occasionalmente di assumere i contorni di un mero sofismo intellettualistico.
Questo paradosso è evidente nel climax, in cui sessualità, hybris egoriferita e desiderio (anche di morte) finiscono per coincidere in un modo estremamente efficace. Qui, la decostruzione non è più solamente teorica, ma diventa finalmente esperienza corporea, trasformando il rapporto tra final girl, mostro e desiderio in qualcosa di simultaneamente inquietante e liberatorio. È il punto in cui Camp Miasma lascia da parte le grandi riflessioni sul dispositivo per far coincidere la sua trasformatività identitaria con, appunto, quello stesso dispositivo che l’ha resa possibile.
Daniele Sacchi




