Die My Love di Lynne Ramsay, la recensione del film

Die My Love

Il cinema di Lynne Ramsay è da sempre costellato da storie familiari burrascose, psicologie frammentate e traumi irrisolti. In questo, il suo ultimo film Die My Love non è da meno. Il film gioca nello stesso campionato di …e ora parliamo di Kevin e di You Were Never Really Here inserendosi in un orizzonte concettuale simile, composto da individualità spezzate e drammi insormontabili. A mancare, tuttavia, è la stessa forza e intensità dei film precedenti: non c’è visceralità in Die My Love, ma solo suggestioni provocatorie altamente autoreferenziali che, nel progressivo disvelarsi del racconto, denunciano una visione d’insieme mai realmente a fuoco, altalenante, modesta.

Da un certo punto di vista, possiamo pensare a Die My Love come un’opera complementare al Madre! di Darren Aronofsky. Vi è un nuovo nascituro, una sottile esplorazione delle dinamiche relazionali di coppia e una situazione di partenza all’apparenza tranquilla che poi lascia spazio a una spirale discendente protesa verso il puro caos decostruttivo. In Madre!, però, vigeva almeno una passione simbolico-sovversiva per l’immagine, elemento che è sfortunatamente latente nel film di Ramsay. In comune a entrambi i film vi è una buona performance attoriale da parte di Jennifer Lawrence, qui nei panni di Grace, una scrittrice che ha da poco avuto un bambino insieme al compagno Jackson (Robert Pattinson). Colpita da depressione post-partum, Grace si trova a dover fare i conti con il lento sfaldarsi del suo rapporto con Jackson e con la sua violenta crisi interiore.

Nel percorso autodistruttivo di Grace, Ramsay coglie alcuni elementi nel modo giusto. La rappresentazione della pulsione di morte di Grace è suggestiva, emozionale, credibile pur nei suoi eccessi. Si tratta tutto sommato di una deriva tipizzata e consueta nella sua decadenza “meccanica”, ma ben architettata nel rendere manifesto quello che di fatto è un universo intimo in rovina. Fondamentali nel tracciare questa rotta sono i confronti con i personaggi ancillari del racconto, come i genitori di Jackson, Harry (Nick Nolte) e Pam (Sissy Spacek). A depotenziare il processo, quasi controintuitivamente, sono invece le onde d’urto più dirette, fin troppo esplicative nella loro gestualità irriverente (come quando Grace si getta contro una porta di vetro) e che faticano ad andare al di là del semplice shock momentaneo.

Il problema, a monte, è di efficacia. Perché nonostante il sentimento di tormento di Grace sia ben chiaro e definito, in Die My Love non vengono mai enfatizzati a dovere i motivi per cui il suo benessere dovrebbe starci a cuore. Chi è Grace per noi, se non la traduzione in immagine del suo trauma? Die My Love non scava mai oltre agli effetti e alle datità, banalizzando allo stesso tempo i problemi che tematizza e che mette in scena perché li riduce ai minimi termini, esaurendoli attraverso singoli momenti di sconforto. Il divenire catastrofico di Grace rimane un enigma falsamente approfondito, vissuto solo in essere ma senza alcun rimando a uno stato precedente. Ramsay si dimostra perlomeno coerente nel cinismo della sua poetica, ma anche il cinema apatico è un’arte e Die My Love non ne è di certo un’espressione convincente.

Daniele Sacchi