Dracula – L’amore perduto, la recensione del film

Dracula - L'amore perduto

Dracula – L’amore perduto, o più precisamente – come recita il titolo originale – una storia d’amore (A Love Tale). Sta tutto qui il significato dell’operazione di adattamento filmico condotta da Luc Besson, che parte solamente dal Dracula stokeriano per poi gettarsi a capofitto nei territori del melodramma gotico. Perché Besson, da sempre disinteressato alla referenzialità semantica – che sia storica, pensiamo al suo Giovanna d’Arco, o che sia puramente finzionale, pensiamo ai vari Lucy, Il quinto elemento, ecc. – dei suoi mondi cinematografici, desidera invece restituire con il suo Dracula una pura impressione romanticizzante, distante dalle venature orrorifiche che tinteggiano l’opera e i cui echi attraversano la storia del cinema (si veda anche il recente Nosferatu di Robert Eggers).

Così, in Dracula – L’amore perduto tutto (o quasi) ruota attorno alla passione del principe Vlad (Caleb Landry Jones) per la sua Elisabeta (Zoë Bleu), la cui scomparsa lo porta a rinnegare Dio. Diventa così un vampiro immortale, condannato a vivere un’eternità di dolore e di sofferenza, ma nel corso del 19esimo secolo, a 400 anni dalla morte di Elisabeta, l’incontro con l’avvocato Jonathan Harker (Ewens Abid) permetterà a Dracula di scoprire che una donna, Mina Murray, è identica alla sua amata perduta. Cercherà di ritrovarla, mentre un sacerdote (interpretato da Christoph Waltz) tenterà ad ogni costo di fermarlo.

Come è facile notare, il nucleo narrativo del film riprende lo scenario generale alla base dell’opera di Stoker, ma a cambiare sono gli snodi fondamentali e alcuni dettagli, come il setting londinese che ora diventa parigino, mentre a mancare è anche un personaggio chiave come Van Helsing, qui riassorbito nella figura del sacerdote. Quella di Besson, di fatto, è una completa rilettura che non si preoccupa della fedeltà al testo per, al contrario, portare in scena una visione personale del racconto. Da un lato, il rischio è di cadere in una tipizzazione comune vista e rivista, quella del vampire drama a sfondo romantico, ma dall’altro lato vi è anche un’effettiva possibilità decostruttiva nel disassemblare un mito per osservarlo da un altro punto di vista. Il risultato è un mix efficace tra quello che è un tema ricorrente e classico nella storia letteraria, culturale e artistica umana, quello dell’amore eterno e della tragedia esistenziale che si trascina con sé, con uno stile visivo sopra le righe e a tratti persino disfunzionale.

Tra le corti europee alla ricerca del profumo vampirico perfetto, tra un’orgia di sangue con le suore e tra gargoyle realizzati con una CGI posticcia, Dracula – L’amore perduto non sempre riesce a tenere a freno il proprio ardore per l’immagine cinematografica. Ne è un chiaro esempio Maria, interpretata da Matilda De Angelis, una vampira ebbra di una passione energica e sanguigna, fortemente campy nella sua presenza scenica. Maria rappresenta, per estensione, il ritratto perfetto del film stesso: una rivisitazione anomala, che tra una sequenza e l’altra riesce a stupire per le sue idee bizzarre. Non lo fa sempre con convinzione, gli sbalzi di tono sono effettivamente tanti e si cade spesso nel ridicolo. Queste cadute riguardano anche la trama principale, a partire dall’eccessiva teatralità dello stesso Dracula, peraltro modellato in una parte del film su quello di Gary Oldman nel Dracula di Francis Ford Coppola, ma nel complesso Dracula – L’amore perduto è un esperimento ardito nel suo tentativo di restituire al mito la sua fragilità romantica.

Daniele Sacchi