Con La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl il titolo originale), la regista taiwanese-americana Shih-Ching Tsou firma un dramma familiare capace di osservare con lucidità la quotidianità di un microcosmo femminile schiacciato dalla precarietà economica, dal peso delle responsabilità e da retaggi culturali vetusti. Ambientato nel mercato notturno di Taipei, il film segue Shu-Fen (Janel Tsai), madre sola che cerca di tenere insieme un fragile equilibrio tra debiti, lavoro e due figlie molto diverse tra loro, I-Ann (Shih-Yuan Ma) e la piccola I-Jing (Nina Ye).
La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Tsou e Sean Baker, porta evidenti tracce della sensibilità del regista americano, nel ritmo sostenuto, nell’attenzione per i dialoghi quotidiani, così come nella capacità di far convivere il disagio sociale con momenti di umorismo inatteso. Tuttavia (e per fortuna), La mia famiglia a Taipei non si limita a replicare un modello indie occidentale. L’ambientazione taiwanese è centrale e significativa: il lavoro delle betel nut beauties (immagine-icona del cinema taiwanese), il mercato come spazio non solo di socialità ma anche di sopravvivenza, il tradizionalismo ancora vivo – incarnato dalla figura del nonno e dalla superstizione della “mano del diavolo” – sono elementi vivi e strutturali del racconto.
Allo stesso modo, vivido e intenso è l’accento posto sul naturalismo della messa in scena. Tsou costruisce il film come una sorta di immersione continua nelle vite dei personaggi, senza mai cercare scorciatoie melodrammatiche. Ad emergere, in questo contesto, è il tema più forte de La mia famiglia a Taipei, ovverosia la trasmissione intergenerazionale del trauma. La povertà, la vergogna, l’assenza di alternative non vengono mai presentate come colpe individuali, ma come condizioni che orientano le scelte prima ancora che i personaggi possano davvero dimostrare – o meglio, presentificare – la loro autonomia decisionale. In questo senso, è soprattutto il percorso di I-Ann ad essere emblematico, sia nella sua irrequietezza ribelle, sia nel suo rendere manifeste tutte quelle tensioni recondite che affiorano inevitabili quando a guidare le azioni umane vi sono l’incertezza e la precarietà. Al contrario di I-Jing, spettatrice imbelle di un microcosmo familiare alla deriva, all’interno del quale anche un’ottusa superstizione rischia di avere più peso di quello che dovrebbe.
La mia famiglia a Taipei non offre dunque né soluzioni né possibili catarsi, ma non cade nemmeno nell’irrisolto o nel cinismo più bieco, lasciando sempre l’ultima parola alla sua protagonista più giovane e mostrando come l’amore e la vicinanza familiare possano persistere anche in un contesto sociale burrascoso. Splendida in tal senso è la sequenza che arriva nell’ultimo atto del film, quasi in chiusura, dedicata a un confronto familiare rivelatorio nel quale gli elementi di contrasto, invece di portare a una collisione, sembrano suggerire un’armonia. È in questo scarto che La mia famiglia a Taipei non può che darsi come un film incredibilmente genuino, in grado di convincere non tanto per la sua ambizione, quanto per la sua onestà.
Daniele Sacchi




