Nino di Pauline Loquès, la recensione del film

Nino

Nino, opera prima di Pauline Loquès vincitrice del César per il miglior esordio, è un film dalla sensibilità rara, emblema dell’armonia e – soprattutto – della misura. Un’inattesa diagnosi di cancro alla gola piomba come un macigno sul protagonista, Nino appunto (interpretato dall’attore canadese Théodore Pellerin), ma Loquès non segue la via facile, evita la messa in scena di un dolore autoreferenziale, nonché ogni forma di riflessione metacritica verso di sé e l’esistenzialismo all’acqua di rose tipico di tanti prodotti indipendenti sofferti ma irrimediabilmente privi di sostanza. Al contrario, Nino si dedica a riempire il vuoto, prendendo le mosse dai vissuti esteriori di un protagonista tutt’altro che espansivo, permettendoci allo stesso tempo di entrare in contatto con la sua dimensione interiore.

Il risultato è uno studio sul personaggio brillante ed efficace. Per tre giorni, Nino vaga per Parigi in attesa di iniziare il suo percorso terapeutico, quasi come se fossimo in un film di Agnès Varda (Cléo dalle 5 alle 7 il riferimento più evidente, ma alla lontana possiamo guardare anche a Senza tetto né legge). Il ragazzo incontra varie figure tra affetti prossimi, come la madre e il suo più caro amico Sofian (William Lebghil), persone con le quali aveva perso i contatti, come l’ex compagna di scuola Zoé (Salomé Dewaels), e completi sconosciuti, come un uomo generoso incontrato nei bagni pubblici (un cameo di Mathieu Amalric).

Il focus, tuttavia, non è mai sulla malattia in sé. Potremmo dire che Loquès lavora per sottrazione, ma non è realmente così, perché il suo film è carico dell’esperienza di vita in sé. Anzi, in un certo senso, l’operazione attuata dalla regista francese è densa e, come anticipato, tesa a colmare i vuoti e le incertezze frutto della caducità umana. Così, Nino si muove da un problema all’altro (la perdita delle chiavi di casa, un lutto improvviso) e da una situazione di confronto sociale all’altra senza soluzione di continuità, in un flusso di coscienza esperienziale che, pur durando solamente tre giorni, finisce per rappresentare una vita intera.

Attraverso questa interpretazione lucida e coerente del rapporto tra l’individuo e la sua precarietà, Loquès introduce un trait d’union singolare e ricorrente che attraversa le tre giornate di Nino, ossia la difficoltà del protagonista nel produrre un campione di sperma da conservare prima di sottoporsi alla terapia. Senza comunque esagerare sul tema – di nuovo, il senso di misura di Loquès è una qualità invidiabile – il film riesce persino a tradurre questa sfida psicologica del protagonista in un momento toccante, in particolare nell’ultimo (bellissimo) atto del film. «I feel alive in the city that you like / and wait for the day to go dreaming right by» cantano i Fontaines D.C. e quale altro pezzo potrebbe chiudere al meglio un’opera che riesce a fondere così bene l’alienazione urbana del modern world e la necessità ineliminabile propria dell’essere umano di tessere relazioni, per quanto evanescenti ed effimere, per continuare a sognare un mondo migliore. Anche solo per se stessi.

Daniele Sacchi