Anton Chigurh (Javier Bardem), filosofo del caso, incarnazione della violenza come principio ontologico che regola l’esperienza umana. Lo sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), ultimo baluardo di un disincanto nostalgico, testimone imbelle della perdita di valore dell’esistenza collettiva. Llewelyn Moss (Josh Brolin), l’illusione utopica dell’autonomia personale in un Reale senza punti di riferimento. Sono i tre perni di Non è un paese per vecchi di Joel e Ethan Coen, adattamento del romanzo omonimo di Cormac McCarthy, pietra miliare del cinema contemporaneo che a 18 anni dall’uscita risuona più forte che mai, nell’epoca dell’impersonalità, della crisi morale e della fragilità dell’individuo.
Neo-western crepuscolare, il film prende le mosse da un’inevitabilità umana – il passaggio generazionale – per decostruire la favola della persistenza nel tempo di un ordine costituito, nonché la sussistenza di una giustizia (legale e morale) che possa sempre essere super partes, rivelando entrambe le idee per ciò che sono: mitizzazioni di sistemi in rovina, che non possono gestire le frontiere dell’irrazionale, del senza scopo, dell’insensato. Alla dottrina del senso, Non è paese per vecchi antepone invece un movimento contrario che riduce il tutto all’essenzialità dell’inessenziale. A torreggiare vi è un male radicale, senza ragione né diritto di essere, ma che eppure è.
Nella presa di coscienza del fallimento dell’integrità umana dinanzi a un male che non si lascia spiegare ma solo visionare – perché esibito e messo in mostra – nella sua metodica brutalità (Chigurh docet), la chiusa è relegata a un sogno, quello di Bell, che non offre consolazione ma solo un’ulteriore conferma: la luce che il padre porta nel buio (un fuoco che è conoscenza, ma anche volontà di andare “oltre”) non promette salvezza, ma un bagliore destinato a svanire, nell’incapacità di razionalizzare la morte dopo aver visto le credenze di una vita vacillare. In ciò risiede l’estrema tragicità mccarthyana, nel registrare il collasso di ogni narrazione umana di fronte all’enigma del male. In questo, Non è un paese per vecchi è complementare a Fargo nel rilevare come la natura casuale e spietata di una violenza senza controllo non possa che sottoporre il regime della legalità, insieme a tutta la sfera morale e alle logiche del buon senso, a una spirale di caos opprimente.
Così, insieme allo sceriffo Bell, siamo entrati nella società della stanchezza (scomodiamo pure Byung-chul Han), ovverosia nell’epoca della sovrastimolazione e degli eccessi, la quale rende ancora più evidente la naturale brutalità delle cose attraverso le divisioni che crea. A guidare questo processo, ovviamente, sono gli Stati Uniti – l’America oggi per dirla con Robert Altman – e l’incapacità di rendere le proprie tensioni (politiche, sociali, ecc.) come qualcosa di leggibile, comprensibile, interpretabile.
Non è un paese per vecchi, in questo, porta in scena un mondo – che è specchio del tessuto del Reale che abitiamo – dove le istituzioni non riescono più a garantire protezione, mentre la violenza sembra un destino inevitabile che i singoli subiscono senza comprenderlo fino in fondo. È un processo che non prevede alcuna catarsi. Lo vediamo nell’esito della vicenda di Moss, relegato nel fuoricampo a sottolineare la sua autonomia inessenziale. Lo vediamo nell’errare claudicante di un ferito Chigurh, pochi momenti dopo essersi pulito le scarpe per aver infranto la sua unica (non-)regola (di nuovo nel fuoricampo). E, infine, lo vediamo proprio con il sogno di Bell (anche qui, discusso ma non mostrato), dove tutto viene ricondotto alla sua quadra più pura: l’assenza di ogni finalità. Perché nel mondo della dissoluzione e della rovina non c’è più spazio né per una chiusura, né per una ricomposizione edificante.
Daniele Sacchi




