Nel lessico motociclistico, in inglese, pillion indica il passeggero. O, più precisamente, il sedile posteriore, ergo il posto di chi non guida, di chi si affida, di chi sta dietro. È una posizione di fiducia, ma anche di subordinazione. Harry Lighton costruisce il suo esordio cinematografico esattamente attorno a questa immagine: Colin (Harry Melling) è un pillion non solo in senso letterale, ma esistenziale. Sta dietro, osserva, aderisce. E, nel farlo, sceglie consapevolmente la propria postura nel mondo.
Tratto dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones, Pillion è un dramedy a sfondo erotico che innesta la dinamica dom/sub tipica del BDSM all’interno di un racconto di formazione queer tutt’altro che scontato. Nel film di Lighton, Colin è un giovane che vive con i genitori nella periferia londinese, impegnato in un’esistenza scandita da ritualità rassicuranti, a partire dalle frequenti esibizioni canore che esegue insieme a un quartetto vocale in un pub. L’incontro con Ray (Alexander Skarsgård), cupo biker dalle poche parole, infrange questa monotonia introducendolo a una relazione BDSM strutturata e rigidamente codificata.
È qui che il film trova il suo equilibrio: non nella provocazione e nella ricerca forzata dello shock, bensì nella ridefinizione identitaria del suo protagonista. In questo, la messa in scena dell’erotismo in Pillion è volutamente oscillante. Lighton evita gli estremi (nonostante, a detta di Skarsgård, una versione più spinta del film esista), mantenendo una distanza che impedisce allo sguardo di farsi troppo voyeuristico, sebbene in alcuni passaggi l’esplicitezza sfiora un registro grottesco, quasi da eccentricità caricaturale. È un equilibrio fragile, dunque, ma che nello sviluppo del film riesce a sostenersi.
A emergere è in particolare il sotteso emozionale alla dominazione, in particolar modo nel bisogno di appartenenza di Colin e nel desiderio di essere stati scelti. Così, Skarsgård lavora per sottrazione: il suo Ray è impassibile, controllato, attraversato da una dominanza che non ha bisogno di essere ostentata. È un personaggio che comunica distanza prima ancora che autorità e proprio in questa freddezza trova coerenza. Melling, al contrario, costruisce Colin con una fragilità che non è mai passività subita, ma inclinazione ricercata. Colin non appare vittima di un meccanismo coercitivo: la sua “debolezza” viene raccontata come forma di desiderio. In questo, Lighton evita la trappola dell’autocommiserazione e modella un personaggio che evolve nella consapevolezza dei propri limiti, anche quando accetta l’umiliazione come parte del gioco.
Interessante – e meno scontata di quanto si possa pensare – è la presenza dei genitori di Colin. L’omosessualità del figlio non è mai oggetto di conflitto. Ciò che preoccupa è la natura della relazione, nonché la sua asimmetria emotiva. La cena di confronto (uno dei momenti più riusciti del film) mette a nudo il distacco di Ray e, in parallelo, l’apprensione della madre. In questa frizione generazionale non c’è moralismo, ma un interrogativo legittimo sulla cura, sulla reciprocità, sulla possibilità che un legame fondato sulla regola possa trasformarsi in condivisione autentica. A questo aspetto familiare si aggiunge poi nel film un’iconografia ben precisa basata sull’estetica biker omosessuale. Non rappresenta una novità, certo, e Pillion non la approfondisce in maniera radicale, ma il microcosmo della gang di Ray è credibile e strutturato, anche grazie al coinvolgimento diretto in fase di pre-produzione del Gay Bikers Motorcycle Club.
Opera solida e talvolta sorprendente (seppur non pienamente risolta nelle sue ambizioni), Pillion si regge su interpretazioni eccellenti e su una scrittura che sa essere tenera e disturbante nello stesso momento. Non rivoluziona l’immaginario che mette in scena, ma lo attraversa con onestà e una certa eleganza emotiva. Pillion è un debutto maturo, imperfetto, ma capace di lasciare il segno senza forzare la mano, presentandosi come un coming of age atipico nel quale l’emancipazione non coincide con l’abbandono del desiderio di essere guidati, bensì con la capacità di stabilire condizioni e confini.
Daniele Sacchi




