L’industria cinematografica americana sforna centinaia di film all’anno. Questo è dovuto, oltre alla disponibilità finanziaria, anche a una certa schematicità con cui i vari tratti filmici vengono catalogati e rimescolati per creare soggetti sempre leggermente diversi l’uno dall’altro. Spesso partendo da una domanda suggestiva: se Frankenstein avesse una moglie? Se un western fosse ambientato nello spazio? Play Dirty, a sua volta, parte da una domanda ben precisa, ossia se si possa fare un action-heist movie divertente ma non comico. A rispondere è uno tra gli sceneggiatori più esperti in materia, Shane Black, qui anche regista.
Già con Arma letale, di cui era solo sceneggiatore, venivano definiti i canoni del genere action-comedy, molto in voga negli anni ’80 e ’90, ma la consacrazione di Black avviene nel 2005 con l’esordio alla regia, il riuscitissimo Kiss Kiss Bang Bang. Con il suo frullato di elementi, Black definisce uno stile personale e riconoscibile, frutto della lunga esperienza da sceneggiatore e della capacità di attualizzare una tipologia di prodotto che non sarebbe sopravvissuta alla modernità senza suonare ridondante. Quando si unisce poi il discorso sul rimescolamento dei tratti come motore della produzione americana a quello sulle piattaforme, ci ritroviamo davanti a un fenomeno ormai comune, ovvero quello dei film su misura, o comunque commissionati, che diventano una sorta di riassunto dello stile di un regista, una versione più spenta di un altro titolo più famoso. Nel caso di Play Dirty, infatti, determinati guizzi del regista e sceneggiatore restano e sono ben evidenti, abbastanza da rendere il film facilmente riconducibile a Black, ma fortemente depotenziati.
La trama del film ruota attorno a Parker (Mark Wahlberg), un ex malavitoso riuscito a sopravvivere al giro della mafia newyorkese e che adesso lavora in proprio, mettendo a punto colpi complicatissimi e di grandi dimensioni. Quando Zen (Rosa Salazar), che aveva partecipato all’ultimo furto, tradisce la squadra uccidendo un amico di vecchia data di Parker, nonostante la rabbia, i due si trovano costretti a lavorare insieme per rubare un’antica reliquia di inestimabile valore.
L’intrigo c’è, l’azione pure. Il film è altamente godibile, anche perché “condito” da una serie di personaggi stravaganti tipici dello sceneggiatore. Tuttavia, come anticipato nella premessa, in Play Dirty mancano figure realmente interessanti o originali. Ogni individualità si costituisce da una serie di tratti già visti e piuttosto scontati, salvo per Grofield, interpretato da LaKeith Stanfield, forse più per merito dell’attore che della qualità dello script. Peccato per il personaggio femminile principale che, nonostante la comprovata bravura di Rosa Salazar, rimane piatto e poco sviluppato. Ma, dopotutto, nemmeno il protagonista è così interessante come lo erano quelli dei film precedenti di Black.
In conclusione, quindi, Play Dirty è un prodotto di intrattenimento che non ha alcuna ambizione se non quella di somigliare ad altri film di un regista e scrittore che ha plasmato un certo tipo di cinema action, ma che in questo titolo ha sicuramente perso molto di ciò che lo definiva.
Alberto Militello




