Presence di Steven Soderbergh, la recensione del film

Presence

Con Presence, Steven Soderbergh si cimenta in una ghost story che fa della soggettiva il suo cardine formale e narrativo. Invita, quindi, lo spettatore ad assumere il punto di vista della presenza da cui il titolo: un’entità immateriale, silenziosa, relegata nei limitati spazi di una villa suburbana (salone, cucina, camera da letto), ad osservare la quotidianità di coloro che, in vita, la stanno abitando. Nel presente, una famiglia disfunzionale e incrinata.

Presence si articola su tre linee narrative intrecciate: l’horror soprannaturale, il dramma familiare, il mistery adolescenziale. A fare da perno sono i membri della famiglia trasferitasi nella casa: una madre parziale e incurante, un padre empatico ma remissivo, un figlio talentuoso, a tratti crudele, e una figlia sensibile, segnata da un trauma recente.

Dalle prime sequenze, appare evidente come Soderbergh non intenda reinventare i generi affrontati – e Presence, di fatto, non lo fa. Il film dimostra anzi un debito palpabile verso opere precedenti con simile focus sul paranormale, A Ghost Story in primis, senza però la stessa intensità emotiva o radicalità concettuale. Il dramma familiare resta anch’esso sospeso, poco risolto, forse volutamente ambiguo, ma non per questo più interessante. È però l’elemento crime (la più volte menzionata morte improvvisa e ravvicinata di alcune ragazze della zona) a rappresentare l’anello realmente debole: una sottotrama che vorrebbe essere motore narrativo e che invece finisce per diluire la tensione.

Se da una parte il film mostra l’efficacia del proprio impianto registico – con movimenti di macchina fluidi, spesso sospesi, che restituiscono la sensazione di fluttuazione tipica dello sguardo fantasmatico – dall’altra lascia emergere fin troppo questa inerzia narrativa. La suggestione di un io-spettatore fantasma è affascinante, ma limitata al modello del testimone invisibile e impotente, uno degli sviluppi narrativi forse più inflazionati concessi da tale incipit. Inoltre, per quanto Soderbergh accenni all’essere-fantasma come ente atemporale e, nei perimetri del microcosmo della casa, aspaziale, si tratta sì di spunti di potenziale sperimentazione sulla soggettiva, ma purtroppo lasciati inespressi.

Nonostante i limiti, Presence è un film che globalmente funziona. Non sorprende, non innova, ma convince per ritmo, atmosfera e capacità di costruire un’empatia solida con il punto di vista spettrale. È un cinema dell’osservazione e dell’impotenza, dell’essere presenti ma non agenti. Peccato che a questa presenza non venga dato di più: profondità, ambiguità, o senso. Rimane così un interessante esercizio di stile, ma poco altro.

Beatrice Gangi