Resurrection di Bi Gan, la recensione del film

Resurrection

Resurrection è un ambizioso affresco dalle tinte surreali e fantascientifiche (anche se ridurlo alla dimensione di genere probabilmente equivale a fargli un disservizio) firmato da Bi Gan, già autore del visionario Un lungo viaggio nella notte. Il regista cinese immagina un futuro in cui l’umanità ha rinunciato alla dimensione del sogno. Al centro della narrazione si muove il personaggio interpretato da Jackson Yee, un’entità morente che ripercorre la sua esistenza incarnando identità diverse all’interno di quattro sogni. La sua guida è una donna (interpretata da Shu Qi) che ricorre al cinema come dispositivo, permettendo all’uomo di esperire attraverso la visione stessa filmica queste sue tensioni primigenie, rese manifeste simbolicamente attraverso i sei sensi della tradizione buddhista, e suggerendo proprio a partire dalla impalcatura architetturale dell’opera una riflessione stratificata sulla percezione, sulla memoria e sul potere delle immagini.

Già da questa dichiarazione di intenti, è facile comprendere come Resurrection sia tutto fuorché un’opera di facile fruizione. Bi Gan struttura un percorso filmico che è prima di tutto un viaggio immaginifico e stratificato, nonché un pastiche di suggestioni di provenienza diversa che raramente risuonano come derivative. A folgorare è, in particolar modo, il primo segmento del film, grazie anche al tessuto sonoro plasmato dagli M83, un divertissement onirico e ipnotico che fonde l’espressività del cinema muto a un’insorgenza creativa originale e di forte impatto. Nello sviluppo successivo dell’opera, l’atmosfera si fa più rarefatta, in un certo senso antologica, perdendo a tratti l’irruenza visiva del suo incipit e recuperandola solamente a fasi alterne (come accade ad esempio nel caso dell’intensa vividezza cromatica dell’ultimo sogno).

È forse qui che risiede il limite più grande di un film maestoso come questo Resurrection, ossia nel contrasto tra la sua radicalità formale e la sua stessa struttura. L’esperienza che il film costruisce si consuma in gran parte nella propria autoreferenzialità, come se la proliferazione di immagini e stati percettivi non riuscisse mai a sedimentarsi in una vera traiettoria trasformativa. La frammentazione, che inizialmente agisce come dispositivo destabilizzante, col tempo si irrigidisce in una serialità di episodi isolati, incapaci di accumulare una tensione duratura. Ne deriva una sorta di saturazione ipnagogica che perde progressivamente di incisività.

Tuttavia, la causalità onirica di Resurrection è indubbiamente affascinante. Il suo flusso di coscienza emerge ordinato, perseguendo una logica narrativa dell’impossibile che, a modo suo, riesce comunque ad essere potente nella sua sensibilità percettiva ed emotiva. È un’epopea mesmerizzante che affronta lo spettatore a viso aperto senza mai adagiarsi sulla reiterazione di qualcosa di già visto, bensì guardando sempre verso la possibilità del nuovo. Ogni sogno esplorato nel film ha una sua dimensione totalizzante, pur rifuggendo – fortunatamente – da un’esperienza che sia realmente tale. In questo, come racconto di “impressioni” che guarda alla totalità senza farsi consumare da essa, Resurrection propone una metafisica del frammento che, come un ossimoro irrisolvibile, è stabile nella sua instabilità. Tutto ciò può essere interpretato come un limite significativo, ma a film terminato è inevitabile che la sua stratificazione simbolica basata sul fuoco, sulla cera, sulla tensione tra musica e immagine, sull’evanescenza personale e intersoggettiva (che, sia chiaro, è una cornice elementare, ma non per questo banale) non può che rimanere impressa a lungo.

Daniele Sacchi