Senza fine di Krzysztof Kieślowski, la retrospettiva

Senza fine

Un giovane avvocato, Antek, muore all’improvviso per un attacco di cuore, ma il suo spirito continua, imperturbabile, ad osservare e a commentare il Reale. È l’incipit di Senza fine di Krzysztof Kieślowski, film del 1985 ambientato durante il periodo della legge marziale in Polonia. La legge marziale, introdotta nel 1981 nel tentativo da parte del regime marxista-leninista della PRL di arginare l’opposizione politica (guidata dal Solidarność, il sindacato “Solidarietà”), funge da sfondo essenziale delle vicende del film per esaminare da vicino – com’è tipico per il regista, pensiamo al Decalogo o alla celebre trilogia dei colori – le emozioni complesse vissute dall’animo umano durante i suoi momenti di crisi.

In Senza fine, il fantasma di Antek segue dunque la moglie Urszula (soprannominata Ulla) nei giorni successivi alla sua morte, mentre cerca di ripartire e di riassestare la propria vita. Ulla, in particolare, si troverà a seguire da vicino il dramma giudiziario di uno degli ex clienti del marito, Darek, un giovane operaio facente parte del movimento Solidarność arrestato durante uno sciopero. La difesa dell’uomo viene presa in carico da un avvocato pragmatico dal nome altisonante, Labrador, mentre Ulla legherà soprattutto con Joanna, la moglie di Darek. Allo stesso tempo, la donna si troverà a dover fare i conti da vicino con i suoi traumi, ricorrendo all’ipnosi per cercare di superare la scomparsa di Antek.

Pur affrontando questioni che si gettano a capofitto nel contesto sociopolitico dell’epoca, lo sguardo registico di Kieślowski è incentrato soprattutto sul far emergere le specificità fondanti della condizione umana. Nella precarietà, nella marginalità, nella costante sfida avanzata dal Reale, i personaggi kieslowskiani appaiono come figure sospese e al limite, costrette a fare i conti con la fallibilità dell’essere umano. E nell’incontro/scontro tra le situazioni personali da loro vissute con le sfide scaturite dall’ambiente oppressivo che li circonda, i protagonisti di Senza fine non possono che trovare conforto nella vicinanza, nell’unione d’intenti, nei movimenti che li avvicinano e non in quelli che li separano.

Così, anche l’ambiguo Labrador finisce presto per anteporre il valore del principio e una certa integrità morale agli eventuali sconforti dovuti alla delicatezza politica del caso di Darek. Similmente, l’ipnosi alla quale ricorre Ulla per alleviare il proprio dolore nel tentativo di dimenticare Antek finisce per annunciare la presenzialità dello spirito dell’uomo, reinnestando il loro rapporto e pacificando i sensi della donna. Alla fondatezza compiuta del realismo storico perseguito attraverso le vicende del film, Kieślowski affianca una matrice “sovrannaturale” che non sconfina mai in territori cupi o grigi e che, anzi, al contrario lega ancora più marcatamente il suo film alla realtà.

Nella ricerca di una stratificazione plurima, il regista polacco realizza con Senza fine un affresco intenso e profondo sull’umanità nel suo senso più esistenziale, ossia nel darsi, nel pensarsi e nel riaffermarsi come esseri umani anche quando il mondo sembra navigare in una direzione completamente opposta. È una lezione dal tono quasi spiritualista, che pur nella sua conclusione all’apparenza lugubre non affonda mai nel puro nichilismo, riuscendo persino a rivestirsi di un singolare – e malinconico – romanticismo.

Daniele Sacchi