È il 2001. I prodotti supereroistici in live action si contano sulle dita di una mano, anzi quasi non ce ne sono. Bisogna attendere l’anno successivo per il primo Spider-Man di Sam Raimi. Per vedere un film supereroistico bisogna tornare indietro al 1997, con il disprezzatissimo Batman & Robin di Joel Schumacher, o risalire al caro vecchio Superman di Richard Donner. In questo contesto arriva in TV Smallville, creata da Alfred Gough e Miles Millar (creatori anche della recentissima Mercoledì su Netflix). Un esperimento apripista per il mondo delle serie moderne, fondamentale anche per apprezzare e capire il successo del recente reboot di James Gunn (qui la recensione).
Il capolavoro del 1978 di Richard Donner godeva di una versione cinematografica e di una televisiva; in quest’ultima, significativamente più lunga, troviamo un minutaggio esteso dedicato all’adolescenza di Clark Kent nella sperduta (e inventata) cittadina del Kansas, Smallville. Tuttavia, la durata di questa porzione di film non supera i venti minuti. Il concept della serie, a questo riguardo, è semplicissimo ma geniale: ispirandosi a quei pochi minuti del film e cavalcando l’onda delle serie TV per adolescenti, che già avevano dimostrato il loro potenziale con titoli come Buffy l’ammazzavampiri, i creatori si sono chiesti come sarebbe stato raccontare l’adolescenza del supereroe più amato di sempre, ambientando il tutto nel presente degli anni 2000. Un’operazione che nei fumetti, tanto Marvel quanto DC, era già in corso, ma in un periodo in cui il confine tra i diversi medium non era ancora particolarmente permeabile.
In dieci stagioni, quindi, seguiamo il cammino di Clark verso il suo destino: da giovane adolescente che “scopre” i propri poteri, vissuti come cambiamenti fisici tipici dell’età, fino al Clark adulto che si confronta con i suoi limiti, le sue radici e la sua dualità tra umano e alieno, tra potere e responsabilità, tra Clark e Superman. Ma perché questa serie resta ancora oggi divertente e non ha mai perso il suo posto nell’Olimpo delle serie sui supereroi?
Un primo pregio è legato alla tendenza della DC a includere nel canone di un personaggio fumettistico anche i suoi adattamenti per il grande e piccolo schermo. Come è successo per il Superman interpretato da Christopher Reeve, diventato il volto ufficiale dell’eroe anche nei fumetti, così il Clark Kent di Smallville è presto diventato canonico, incastonato nei riferimenti dell’universo fumettistico di Krypton. La serie, inoltre, è sfociata in un vero e proprio fumetto per l’undicesima stagione. La prova di questa iconicità e del suo impatto generazionale è data anche dal fatto che, intervistati, gli interpreti dell’ultimo adattamento cinematografico di Gunn hanno affermato che i loro riferimenti per Clark Kent e Lex Luthor erano proprio le interpretazioni di Tom Welling e Michael Rosenbaum. Superman è, dopotutto, un archetipo, una figura epica che appartiene alla mitologia moderna: Superman e la kryptonite sono una dicotomia nota a tutti, come Achille e il suo tallone. Adattarli alla modernità in quel modo non ha fatto altro che tenere vivo e fortificare l’immaginario.
La trovata di esplorare l’adolescenza di Superman è uno dei punti cruciali per capire il successo della serie. Non solo rispondeva alla richiesta di un pubblico affamato di contenuti televisivi, come lo erano gli adolescenti di allora, ma colmava anche un enorme vuoto narrativo: la figura di Clark Kent, vera maschera del supereroe. Da sempre rappresentato in modo bidimensionale, timido e impacciato per coprire il segreto dei suoi poteri, nella serie abbiamo modo di approfondire i suoi trascorsi, i traumi e le motivazioni che lo hanno portato a separare le due identità nel percorso verso il suo destino.
Per capire un altro grande pregio dello show bisogna fare un passo indietro e ricordare, per chi c’era, com’era il mondo della TV e dei palinsesti televisivi, soprattutto la crudele selettività del sistema statunitense. Una serie ad alto budget, trasmessa in un orario favorevole per l’audience di riferimento, doveva garantire due cose: un numero di puntate sufficiente a coprire un’intera stagione televisiva e un livello di gradimento per singolo episodio che ogni settimana metteva a rischio la prosecuzione della serie. Questa dinamica, valida per tutti gli show e oggi radicalmente trasformata, produceva due risultati. Da un lato creava la necessità di inserire picchi narrativi frequenti: un episodio tirava l’altro, ma l’attesa durava sette giorni e bisognava dare un motivo agli spettatori per tornare. Dall’altro, la necessità di spalmare un arco narrativo su più di venti episodi ogni anno portava alla nascita dei cosiddetti episodi filler, in cui la storia principale si interrompeva per dare spazio a trame secondarie. Queste, pur apportando poco o nulla alla trama generale, aiutavano a fortificare l’attaccamento ai personaggi.
Non solo. In molti di questi episodi il personaggio veniva messo da parte: lo show giocava con la dualità tra l’amore per il personaggio e quello per l’attore da parte del pubblico. Proprio in questi momenti di rottura (o meglio, di sottolineatura) della finzione nasceva il legame con la serie. Il pubblico diventava complice di ciò che accadeva: la sua presenza davanti allo schermo era condizione essenziale per mandare avanti la storia, e l’episodio giocoso era il regalo, il premio per essere parte di quella realtà.
Con il binge watching, tutti questi elementi colpiscono ancora di più, perché visti in sequenza ravvicinata offrono un’esperienza di visione capace di alternare suspense e divertimento, con un ritmo che le serie da piattaforma – di fatto lungometraggi spezzettati – a volte faticano a trovare. Rivista con occhio critico ma anche nostalgico, Smallville restituisce un senso di autenticità che emerge proprio da tutti quei tratti che ora, in serie pensate in blocco e con la prerogativa della qualità, criticheremmo. Tutte quelle sbavature dovute a una produzione che non godeva ancora di budget cinematografici, gli effetti speciali artigianali (e un po’ retrò, da inizio dell’epoca digitale), le piccole incongruenze di trama dovute a una scrittura costretta a fare i conti con cancellazioni improvvise, che rendevano impossibile pianificare un arco con un numero di stagioni definito, sono tutti elementi che mantengono godibile questa serie e che la rendono ancora oggi coinvolgente.
Alberto Militello




