Sorry, Baby di Eva Victor, la recensione del film

Sorry, Baby

Sorry, Baby, l’esordio alla regia dell’attrice franco-americana Eva Victor, è il classico fenomeno indie americano che riesce a discostarsi quanto basta dalla pletora di film tutti uguali in stile Sundance catturando l’attenzione di pubblico e critica. Ci riesce con una furbesca amalgama tra l’emergere di una (vaga) impronta autoriale e la necessità di “dire la propria”, appunto allontanando Sorry, Baby dalle svariate produzioni che ricadono nello stesso calderone e avvicinandolo ad alcuni successi recenti (Sing Sing, ma anche CODA). A tenere in piedi il tutto, infatti, è più di ogni altra cosa l’estro registico e performativo della stessa Victor (interprete della protagonista Agnes), la quale ha basato la sceneggiatura del film sulle sue esperienze personali, ma il risultato complessivo non è sempre convincente.

Il tema – perché sì, Sorry, Baby è un’opera tematica, con tutto quello che può derivare da un’impostazione di questo tipo – è l’abuso sessuale, la sofferenza che ne consegue e il processo di superamento del trauma. Nel film, Agnes insegna in un piccolo college del New England. Vive una vita apparentemente tranquilla, scandita dall’insegnamento, dalla scrittura e dal rapporto con l’amica Lydie (Naomi Ackie). A livello strutturale, Victor alterna due temporalità ben distinte: il presente di Agnes e il ricordo degli anni del dottorato, quando faceva parte di un gruppo di studio guidato dal professor Decker (Louis Cancelmi). Nel contesto accademico, facilmente piegato da dinamiche di potere ambigue, un evento tragico interrompe il percorso di Agnes, lasciandole ferite profonde e difficili da rimarginare.

Ciò che separa Sorry, Baby da film tematicamente affini è la scelta del registro. Eva Victor, in questo, dimostra di possedere una propria voce. Victor naviga tra il dramma – con un certo tatto, senza mai sfociare nell’eccesso – e la black comedy, muovendosi sia per passaggi riflessivi, sobri e intimi sul ritrovare la luce nell’ordinarietà (toccante, in tal senso, è il pacato confronto tra Agnes e un negoziante dopo un attacco di panico della protagonista) sia attraverso momenti più spensierati, nel tentativo di arginare la pesantezza che inevitabilmente insorge visto l’argomento trattato. Purtroppo, per quanto riguarda questo aspetto più “leggero” del film, le cadute di stile nella gestione dell’ironia sono dietro l’angolo. Lo vediamo, ad esempio, nella scena con il dottore, dove la formalità rigida di un controllo medico viene riletta – e accusata – come mancanza di empatia.

Sono uscite di questo tipo (e sono diverse) a rischiare, come anticipato, di esporre Sorry, Baby come un tentativo furbo di sfruttamento della gravità del trauma per portare avanti un discorso diverso, smascherando quasi l’intera operazione come poco genuina, forse mossa da un intento che eccede il racconto dell’esperienza individuale per avvicinarsi a una retorica accusatoria generalizzata, dove il discorso sul trauma rischia di farsi veicolo di un antagonismo ideologico poco sfumato. Fortunatamente, il focus principale tematico rimane sempre ben saldo, e quindi Victor riesce a più riprese a sottolineare l’assenza di conseguenze istituzionali in determinati contesti, l’impossibilità di ottenere una giustizia che sia chiara (e meritata), così come l’importanza della cura verso se stessi e verso la propria interiorità, toccando anche questioni a margine riguardanti la responsabilità giuridica. Rimane tuttavia il dubbio, nel complesso, sulla “tenuta” autoriale della regista franco-americana nel momento in cui l’urgenza autobiografica verrà meno.

Daniele Sacchi