Superman, la recensione del film di James Gunn

Superman

Si apre con Superman il nuovo corso dell’universo cinematografico DC guidato da James Gunn, e già da questo primo capitolo si può intuire la direzione che prenderanno i progetti futuri del franchise. Lo sguardo è tutto proiettato sui personaggi più che sul macrocontesto, nella speranza di far appassionare il pubblico a figure facilmente identificabili, semplici e senza troppe sfumature. L’operazione, tutto sommato, è un successo, sebbene si percepisca dall’inizio alla fine del film la volontà di ridurre ogni rischio, così da sfornare un prodotto che possa risultare appetibile, sicuro, adeguato.

Perlomeno, Gunn evita la trappola dell’origin story, ormai vista e rivista in tutte le salse. Parte in medias res quest’ultima versione di Superman, calando immediatamente lo spettatore in territori conosciuti, evitando inutili giri di parole ed eccessive divagazioni di forma. Ci troviamo infatti a Metropolis e il metaumano Superman (David Corenswet) è attivo da tre anni come supereroe, mentre nella normale quotidianità nasconde la sua identità lavorando come reporter per il Daily Planet insieme alla fidanzata Lois Lane (Rachel Brosnahan). Il film, più nello specifico, si apre con un twist: Superman è stato gravemente ferito dal misterioso Martello di Boravia, una delle tante pedine attive nella guerra tra i (fittizi) Paesi di Boravia e di Jarhanpur, un conflitto dietro al quale si nasconde la mano dell’ambizioso miliardario Lex Luthor (Nicholas Hoult).

Nonostante la svolta iniziale con Superman alle strette e il focus sui personaggi principali – lo vediamo ad esempio nell’esame del rapporto tra il protagonista e i suoi genitori adottivi o nell’esplorazione delle tensioni con Lois – il film si trova comunque a ribadire costantemente e a più riprese la sua progettualità estensiva. Nell’esigenza di introdurre un universo narrativo che possa consolidarsi nel tempo, buona parte del runtime viene assegnata a elementi di contorno che poco hanno da dire nel film in sé. Non si tratta di fatto di un worldbuilding efficace, ma di segmenti isolati che poco aggiungono alla totalità dell’opera. È il caso del superfluo Lanterna Verde (Nathan Fillion) o della comprimaria Hawkgirl (Isabela Merced), così come è il caso della parentesi accessoria dedicata a Metamorpho (Anthony Carrigan). Si salva invece Mister Terrific (Edi Gathegi), quantomeno in termini di presenza su schermo, grazie a un carisma misurato e una scrittura più funzionale.

Convince di più, nel complesso, l’incursione del film in un orizzonte politico che respira di contemporaneo. Le dinamiche di guerra tra Boravia e Jarhanpur ricordano scenari tristemente reali, così come il coinvolgimento diretto del governo degli Stati Uniti con il muskiano Lex Luthor. È tutto comunque all’acqua di rose (se non per un’esecuzione che ci mostra da vicino l’efferatezza di Luthor), ma sufficiente per un cinecomic che tra le altre cose parla di universi-tasca e di cani alieni. E tra una dog joke e l’altra, James Gunn riesce ad attingere al suo bagaglio creativo personale costruito in casa Marvel con l’epopea dei Guardiani della Galassia (oltre che con l’ottimo rilancio del film DC The Suicide Squad), riuscendo a dare coesione a un insieme incerto rendendolo perlomeno un buon action a tema supereroistico. Vedremo se questo approccio cauto e safe pagherà anche in futuro.

Daniele Sacchi