“Suspiria” di Luca Guadagnino – Recensione

Suspiria

«Il film è raffinato, Guadagnino è una persona fine, (…) fa bei tavoli, belle tende, bei piatti, tutto bello». Il commento di Dario Argento ai microfoni di Rai Radio 1 sul remake del suo Suspiria (1977) racchiude perfettamente e in poche parole il senso complessivo dell’operazione di rivisitazione compiuta da Luca Guadagnino. Il lavoro di Guadagnino, che Argento stesso ha in ogni caso definito come uno dei migliori registi europei in circolazione, non è nient’altro che un riflesso pallido, per quanto raffinato e polished, di quanto realizzato sul finire degli anni ’70 dal maestro dell’horror italiano. Il regista dello splendido Chiamami col tuo nome (2017) questa volta si perde nell’esaltazione del dettaglio, peccando di ingordigia nel prediligere la vanità dell’orpello alla compattezza dell’insieme. Il risultato è un quadro asettico e spoglio, privo di sostanza, la cui vacuità semiotica si ripercuote duramente sull’esigenza spettatoriale di attribuire a ciò che si osserva una precisa consistenza semantica, in una deriva che appare molto simile a quanto avvenuto per esempio in Madre! (2017, Darren Aronofsky).

Per quanto riguarda l’operazione di ripresa, il Suspiria di Guadagnino si accontenta nel prendere in prestito parte del setting dell’originale e la tematica occulta. Durante l’autunno tedesco, una ballerina principiante di nome Susie (Dakota Johnson) decide di abbandonare la propria famiglia mennonita negli Stati Uniti per trasferirsi a Berlino, dove intende iscriversi ad una prestigiosa accademia di ballo. Dopo aver attirato l’attenzione di una delle docenti, Madame Blanc (Tilda Swinton), la ragazza viene selezionata per esibirsi nella coreografia Volk. Allo stesso tempo, nell’accademia è in corso una lotta di potere tra la congrega di streghe che segretamente la gestisce, finendo per causare tra le docenti uno scisma in due fazioni contrapposte.

Purtroppo, la moltitudine di linee narrative che Guadagnino inserisce nel suo Suspiria mal si sposano con l’eclettismo attraverso il quale decide di presentarle sul piano estetico, portando lo spettatore a chiedersi quale sia effettivamente il vero e proprio nucleo fondamentale del film. A corroborare lo scenario sopracitato, che con qualche differenza rispetto all’opera originale di Dario Argento potrebbe in realtà proporsi come una buona base di partenza per un’operazione di rivisitazione moderna, vi sono numerose complicazioni. La più importante è senza ombra di dubbio l’idea di assegnare un peso consistente allo scenario politico della Germania degli anni ’70, mostrando a più riprese le azioni del gruppo terroristico RAF, al quale la protagonista iniziale di Volk (interpretata da Chloë Grace-Moretz) parrebbe essersi unita, senza in realtà mai raggiungere un punto di svolta sulla questione.

Suspiria

Allo stesso tempo, il grande runtime assegnato al personaggio del dottor Jozef Klemperer, interpretato a sua volta da una irriconoscibile e truccatissima Tilda Swinton (il perché di questa decisione non ci è dato saperlo) appare come una scelta inspiegabile, data la poca rilevanza del personaggio nell’avere un vero e proprio impatto sull’impianto narrativo del film, già eccessivamente saturo. Sebbene il risvolto romantico della sua ricerca sia apprezzabile, l’enfasi posta sul suo ruolo sembra decisamente ridondante. Infine, una delle note più dolenti di questa cover mal riuscita di Suspiria è il modo in cui è stata affrontata la crisi politica tra le streghe dell’accademia di danza, dove il mistero sulle Tre Madri e in particolare sulla natura di Mater Suspiriorum viene ridotto ad un mero strumento per presentare allo spettatore, nei momenti finali, un semplice twist da b-movie.

Sul piano stilistico, come anticipato in apertura, c’è ben poco per cui criticare il film in negativo. Guadagnino sa come decorare a dovere le proprie opere, e le sequenze legate alla dimensione occulta si dimostrano essere efficacemente surreali e angoscianti. Persino le coreografie dell’accademia, che in un altro tipo di produzione potrebbero semplicemente apparire come pacchiane, trovano una propria collocazione precisa all’interno del film e contribuiscono pienamente a determinarne il mood sinistro. Una menzione d’onore, a margine, la merita la colonna sonora composta da Thom Yorke, più per il valore della musica in sé che per la sua effettiva importanza per la pellicola. Dal punto di vista più strettamente cinematografico infatti, il lavoro svolto dai Goblin per il Suspiria di Dario Argento è decisamente più in linea con quello che il film, in quel caso, voleva di fatto rappresentare.

In ultima analisi, se da un lato il tentativo di Guadagnino di appropriarsi del capolavoro di Dario Argento per farlo suo è apprezzabile (cercando dunque di non proporre un’inutile ripetizione del già visto), dall’altro è inevitabile come nel complesso il suo Suspiria non sia nient’altro che un involucro vuoto. Un bell’involucro, ma pur sempre privo di una qualsiasi rilevanza cinematografica effettiva.

Daniele Sacchi