Per Arthur Dove, la pittura era un movimento di astrazione quasi trascendentale, dove alla semplicità degli elementi della natura (piante, onde, animali) corrispondeva un dinamismo dall’inesauribile vitalità. Non è un caso che J.B. Mooney (Josh O’Connor), il protagonista di The Mastermind di Kelly Reichardt, sia interessato al furto delle sue opere, dal momento che rappresentano esattamente la stessa carica energica e – appunto – vitale del cinema della regista statunitense. È una poetica minimalista, quella di Reichardt, che guarda a ciò che è piccolo, esiguo e ai margini: ciò che all’apparenza è limitato, ma che nelle minuzie nasconde qualcosa che cerca di porsi al di là di esse. Così, un furto mal calibrato cambia presto forma, innervandosi in un orizzonte che è anche politico.
Ambientato nel 1970 nel Massachusetts, The Mastermind mette dunque in scena la storia di J.B. Mooney, un falegname disoccupato che, in cerca di riconoscimento e di riscatto individuale, organizza un furto di quattro dipinti di Arthur Dove da un museo locale. Il piano, nato dal desiderio di dimostrare il proprio valore, si complica rapidamente tra tradimenti, sospetti dell’FBI e tensioni familiari. Mentre J.B. tenta di sfuggire alle conseguenze del colpo e di trovare un senso alle proprie scelte, il suo percorso si trasforma in una fuga attraverso un’America segnata dal disincanto, dal fallimento del sogno individuale e dalle ombre del conflitto sociale.
Reichardt costruisce il film secondo il suo consueto ritmo rarefatto, fatto di sospensioni e di silenzi, dove l’azione diventa un pretesto per indagare le crepe di un’esistenza ordinaria. A riempire questi silenzi è un jazz ritmato e passionale (la colonna sonora è firmata dal musicista e compositore Rob Mazurek), quasi in antitesi con la “fissità” narrativa del film, ma calzante nel tratteggiare l’errare del suo protagonista, un vagabondaggio esistenziale che alla lontana riporta alla mente Professione: Reporter di Michelangelo Antonioni. Così, in The Mastermind, il colpo al museo non è mai realmente il centro narrativo, ma piuttosto una deviazione, un atto di disobbedienza che rivela la fragilità dell’uomo comune di fronte alle strutture economiche e morali del suo tempo. J.B. non è un criminale “tradizionale”, ma un individuo che tenta di misurarsi con la propria invisibilità, con la sensazione di essere fuori posto in un mondo (o forse ne è una parte integrante?) che ha perso di vista la propria bussola valoriale.
Non c’è enfasi né moralismo nel racconto, solo un lento scivolare verso l’inevitabile. Reichardt osserva lo smarrimento di J.B. restituendo un ritratto umano che si colloca perfettamente nella sua galleria di outsider americani. Certo, The Mastermind non possiede la potenza narrativa e il lirismo visivo di un film come First Cow, ma nella sua misura ritrova la forza di un cinema coerente che si interroga ancora una volta su cosa significhi vivere ai margini del sogno americano. A mancare sono i sussulti, ma per questi non è a Reichardt che dovremmo guardare. La chiusa, tuttavia, avrebbe sicuramente giovato di un maggiore impatto immaginifico, a sottolineare maggiormente un esito che respira – a ragione – di farsesco. In ogni caso, con la sua lentezza meditativa e il suo approccio minimale, The Mastermind mostra con efficacia un’America che si guarda allo specchio e non sembra riconoscersi più, individuando nell’epopea – a tratti persino tragicomica – del suo protagonista il riflesso di un fallimento collettivo.
Daniele Sacchi




