The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold, la recensione

The Testament of Ann Lee

La nascita e lo sviluppo del culto degli Shakers possono essere facilmente compresi attraverso i meccanismi sociologici e psicologici che regolano la formazione di tutti i movimenti religiosi. Nati nel Settecento, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, si plasmarono attorno alla figura di Ann Lee, una donna di origini modeste che, dopo esperienze mistiche e visioni religiose, riuscì ad imporsi come guida carismatica. Come molti altri culti, gli Shakers emersero in un contesto di crisi e di fermento spirituale, offrendo risposte nuove a bisogni profondi di senso, comunità e trasformazione sociale. L’autorità della loro leader si fondava non solo sul proprio personale magnetismo, ma anche sulla capacità di incarnare simbolicamente un principio divino femminile, proiettando su di sé le attese millenaristiche di una società segnata da precarietà e mutamenti radicali.

The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold, scritto insieme al compagno Brady Corbet (sulla scia del successo di The Brutalist) e presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è una rivisitazione della biografia della predicatrice e mistica di origine britannica. Fastvold prende le mosse dalla Storia, ma si muove in una direzione diversa, non ricercando un semplice sguardo idealizzato della figura di Ann Lee – interpretata da Amanda Seyfried, alla sua miglior prova in carriera – ma esaminandola in quanto espressione concreta di un principio che attraversa ogni pratica artistica: l’esigenza di intervenire sul mondo, nel tentativo di offrirgli una nuova configurazione formale e simbolica. Con il suo film, Fastvold cerca di valorizzare la dimensione collettiva dell’atto creativo, qui pensato in un’ottica di trascendenza artistica dove l’opera cessa di essere materia per manifestarsi come esperienza di grazia.

In tal senso, oltre ogni lettura fideistica, The Testament of Ann Lee è pura celebrazione audiovisiva. È un film ostico e bizzarro, che usa la musica come mantra percussivo, ripetitivo, a volte anche cacofonico (le composizioni di Daniel Blumberg sono eccezionali), un’esperienza percettiva che affascina e allo stesso tempo disorienta. Oltretutto, il film è uno sguardo rivolto all’America, al Puritanesimo e ai processi di formazione (anche) religiosa che hanno svolto la loro parte nella colonizzazione del territorio. Ma, in particolare, The Testament of Ann Lee è lo sguardo di una donna dal volto ardente del desiderio del divino, una brama che non può essere saziata se non con la continua reiterazione dei canti degli Shakers. Il vincolo alla castità, necessario per far parte del culto, diventa così la ferita originaria di un corpo mai vissuto fino in fondo, un’esistenza che si consuma nell’estasi del canto e nella rinuncia, trasformando l’ascesi in un rituale di desiderio infinito.

Il divino nel femminile, blasfemia per i credenti più intransigenti (secondo il Cristianesimo, lo ricordiamo, la donna è manchevole per sua natura), è un concetto che per Fastvold protende al di là della sfera religiosa, diventando eco liberatoria. In questo, la sua Ann Lee, in quanto figura messianica, non può che apparire come una minaccia da limitare, delegittimare («è un eunuco!») e potenzialmente eliminare, perché fuori dagli schemi, estranea e fautrice di una retorica della libertà individuale troppo scomoda. The Testament of Ann Lee, un po’ come lo stesso culto da cui prende le mosse, vuole essere radicale: non semplice biografia, ma una visione che interroga la relazione tra fede, corpo e potere, imponendosi come un’audace incursione nel sacro rivestita di un folklore performativo dal gusto quasi pop.

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Daniele Sacchi