Train Dreams di Clint Bentley, la recensione del film

Train Dreams

«La guerra non smette di richiedere abete solo per le nostre brutte giornate». Siamo nel primo Novecento e l’unica certezza per i taglialegna del Nord-ovest Pacifico disseminati tra le contee di Washington, Idaho, Oregon e Montana è la necessità del loro mestiere. Per un motivo o per un altro, ci saranno sempre alberi da tagliare, legna da lavorare, boschi da disboscare. È a partire da questa convinzione che in Train Dreams, la meraviglia sensoriale diretta da Clint Bentley (co-autore del film insieme a Greg Kwedar, divenuto celebre di recente con Sing Sing) basata sull’omonimo romanzo di Denis Johnson, ad essere problematizzato au contraire è un altro bisogno, la necessità intrinsecamente umana di mettere radici, di coltivare a dovere la propria stabilità psicologica e di intraprendere relazioni durature.

Per il boscaiolo Robert Grainier (Joel Edgerton), impegnato nella costruzione di un impianto ferroviario in un’epoca di grande trasformazione sociale per gli Stati Uniti (specialmente sul piano dei trasporti e, di conseguenza, sul piano connettivo del Paese), la questione diventa man mano esistenziale. Dove questa tensione non può che focalizzarsi è la sfera della famiglia. Robert conosce una donna, Gladys (Felicity Jones), nella chiesa locale e se ne innamora. Insieme scelgono un lotto di terra su cui costruire la loro abitazione, si sposano e hanno una figlia, Katie. Il lavoro, tuttavia, costringe Robert a lunghe assenze e, proprio durante uno dei suoi ritorni a casa, troverà una tragedia ad attenderlo.

Tra un lirismo visivo malickiano e un’impronta riflessiva tipica del miglior cinema indipendente statunitense, Train Dreams si dimostra un film incredibilmente denso. Pur operando spesso attraverso non-detti e per sottrazione, a colmare i frequenti vuoti e le sospensioni troviamo immagini forti e simbolicamente pregne. Che siano splendide viste o brevi impressioni di vita, Train Dreams – che, lo ricordiamo, è stato girato in digitale nonostante l’armonia dell’immagine e la naturalezza dell’illuminazione potrebbero riportare alla mente i piaceri del 35mm –  mette in mostra una precisa messa in crisi: quella dell’individuo isolato tra i suoi pensieri e messo alle strette dalle tragedie della vita. Vi è un contrasto aperto tra bellezza e dolore, e Train Dreams fa di questo la sua forza, scavando tra i ricordi del protagonista, ripresentandoli a più riprese come ferite aperte, incapsulate nel tempo, forse impossibili da rimarginare.

Per cercare di mantenere un orizzonte stabile per lo spettatore, Bentley ricorre al narratore esterno (la voce è di Will Patton). È un orpello a tratti eccessivo, va detto, perché è sempre la scusa facile per dare forma all’interiorità, ma per fortuna non straborda mai realmente, garantendo una continuità evidente al trascorrere degli anni, mentre Robert continua sì a soffrire, ma anche a lavorare, a tagliare la legna, a collaborare. C’è sempre una spinta alla vita in Train Dreams, anche solo nel soppesare le possibilità di una ripartenza, di un’interiorità che possa tornare ad essere esteriorità. Attraverso un perenne strato di malinconia, Bentley guida lo spettatore verso una chiusa sublime, che non guarda a una compensazione impossibile, bensì a una presa di posizione sulla bellezza di ciò che ci circonda, nonostante tutti i drammi, gli orrori e le tragedie.

Daniele Sacchi