Warfare di Alex Garland e Ray Mendoza, la recensione

Warfare

Avrebbe poco senso parlare di Warfare, l’ultimo film di Alex Garland co-diretto con l’ex Navy SEAL Ray Mendoza, senza una sua precisa collocazione bellica e storica. Costruito a partire dalle testimonianze dello stesso Mendoza, Warfare è ambientato nel 2006 durante la seconda guerra del Golfo tra Stati Uniti e Iraq. Tra marzo e novembre, la città di Ramadi, capitale del governatorato di al-Anbār e centro strategico per gli insorti legati ad al-Qaeda, divenne teatro di una lunga campagna militare. Per il controllo di questa città si scontrarono l’esercito statunitense, le forze armate irachene e diversi gruppi di insorti islamisti (i Sawha), con le operazioni che videro un lento ma costante impegno delle truppe americane per conquistare quartiere dopo quartiere. La lotta urbana fu particolarmente feroce: le strade di Ramadi si trasformarono in un labirinto di cecchini, ordigni esplosivi improvvisati e trappole, rendendo ogni avanzata costosa in termini di vite umane.

La storia raccontata in Warfare si situa così nel 19 novembre 2006 nel contesto della war on terror voluta dall’amministrazione Bush, quattro giorni dopo la fine della campagna formalmente vinta dalle forze di coalizione statunitensi. Protagonisti del film sono quindi due plotoni di marine americani stanziati a Ramadi come supporto per un’operazione più estesa, un vero e proprio ensemble cast che vede la presenza, tra gli altri, di Will Poulter, Kit Connor, Joseph Quinn, Cosmo Jarvis, Michael Gandolfini, Charles Melton, Noah Centineo e D’Pharaoh Woon-A-Tai nei panni dello stesso Mendoza. Nonostante il successo della campagna, però, la città non è stata interamente occupata, e la resistenza nemica sarà estremamente pericolosa per il gruppo di soldati.

Garland dimostra ancora una volta una straordinaria capacità di costruzione atmosferica: l’opera è cruda, girata in tempo reale ma messa in scena con sobrietà e precisione, ed è proprio questa asciuttezza a renderla tanto intensa. La regia visiva è coerente e misurata, il sound design è penetrante e incisivo, capace di premere nei momenti giusti con un uso della tensione calibrato e mai gratuito. Ma se da un lato Warfare è un grande esempio di tecnica, di costruzione del pathos e della tensione drammatica, dall’altro lato aleggia una questione etica difficile da ignorare: fino a che punto è legittimo raccontare la brutalità della guerra concentrandosi quasi esclusivamente sui carnefici volontari, e non sulle vittime? Perché il film chiede di empatizzare con soldati che hanno scelto di partecipare alla guerra in Iraq mentre la tragedia quotidiana delle famiglie locali, dei bambini, dei civili che hanno subito distruzione e lutti, resta quasi interamente (se non per alcune brevissime parentesi di raccordo) nel fuori campo?

Il behind the scenes mostrato nei crediti, con un elogio ai reali protagonisti di quanto raccontato nel film, è rivelatorio in tal senso nel far cadere la maschera e presentare Warfare per ciò che è davvero. Lo avevamo scritto anche in occasione del precedente Civil War: «Garland, insomma, sembra voler stare con due piedi in una scarpa». Il film del regista britannico e di Mendoza fatica a posizionarsi, da una parte operando per decontestualizzazioni, quasi omettendo di essere un’effettiva testimonianza, per poi causare un cortocircuito strutturale nel ridefinirsi come omaggio ai caduti, in una semplificazione eccessiva che vive solamente della propria passione per l’immagine. Depurate le specificità storiche (che tuttavia sono lì, latenti), ciò che resta è un’esperienza sensoriale potente ma monca, che si ferma alla superficie dello spettacolo bellico dimenticando la funzione (anche) testimoniale dell’immagine.

Daniele Sacchi