Weapons di Zach Cregger, la recensione

Weapons

Dopo la sorpresa di Barbarian, piccola perla del grottesco, Zach Cregger torna sul grande schermo con un’opera macabra, che inquieta e destabilizza. Si chiama Weapons ed è l’horror americano più convincente dai tempi di Hereditary di Ari Aster. L’idea narrativa è semplice, ma alquanto terrificante: una notte, a Maybrook in Pennsylvania, diciassette bambini scappano improvvisamente dalle loro abitazioni. Diverse telecamere di videosorveglianza catturano il momento della fuga alle 2:17 precise, con i bambini ripresi in corsa con le braccia aperte, una posa sconcertante che Cregger ha ripreso direttamente da The Terror of War, la fotografia premio Pulitzer scattata da Nick Út in Vietnam nel 1972. I fuggitivi, inoltre, frequentano tutti la stessa scuola elementare, nello specifico la classe della maestra Justine Gandy (Julia Garner). Solo un bambino non è scappato, Alex Lilly (Cary Christopher), ma non sembra essere a conoscenza di alcun dettaglio utile per le indagini.

Dunque polizia, scuola e bambini. Ma anche siringhe, pistole, forbici e sangue. L’efficacia della messa in scena di Zach Cregger, come già si poteva notare nella disgustosa ferinità di Barbarian, deriva dalla presa di coscienza del valore iconico dell’immagine. A spiegazioni rassicuranti e ai topoi classici, il regista statunitense antepone un racconto viscerale costruito attraverso una narrazione frammentaria e suggestioni metonimiche. Pensiamo all’incubo di Archer (Josh Brolin), padre di uno dei bambini scomparsi: un fucile d’assalto che torreggia sopra una casa. O alla natura del mistero – che evitiamo di spoilerare – che mette in risalto la peggior abiezione umana.

Perché Weapons, di fatto, parla di questo. Di potere e di controllo. Annichilire l’altro, in virtù del proprio Sé. Cregger tocca diversi temi, ma decide consapevolmente di non approfondirli, preferendo – di nuovo – la concretezza immaginifica di ciò che si vede rispetto a ciò che viene detto o “esplorato”. Vediamo Justine mentre viene resa un capro espiatorio dal resto della città. Vediamo il poliziotto Paul (Alden Ehrenreich), che in altri film sarebbe rappresentato come un eroe, perdere progressivamente la testa. Così come James (Austin Abrams), senzatetto e tossicodipendente, spregiudicato e noncurante dei drammi che lo circondano. E ancora, episodi di bullismo scolastico e abuso familiare. Questa mescolanza di idee, che rischia di muoversi senza scopo, è in realtà lucida, ancorata a un’idea precisa, ossia che l’alterità possa essere assoggettata alla propria volontà, resa dipendente, controllata.

In tutto ciò, Cregger non solo si dimostra un autore pienamente consapevole del linguaggio horror contemporaneo, ma si dimostra in grado di produrre accostamenti originali, arditi, a volte sopra le righe, senza mai cadere nel ridicolo involontario. Lo fa grazie anche alla scelta di dividere il film in capitoli, ciascuno dedicato a un personaggio differente, montandoli non linearmente e muovendosi tra sensazioni e generi diversi (il thriller nella parte di Justine ad esempio, ma anche il registro comedy in quella di James). Come in Barbarian, il regista torna anche a ragionare sul mostruoso femminile, questa volta con esiti diversi, tesi a mettere in luce il sottotesto predominante del film, quella tracotanza soverchiante che, persino dinanzi a un bambino, non concepisce nient’altro se non se stessa. Un’arma per il Sé, che non conosce limiti.

Daniele Sacchi