Adagio di Stefano Sollima, la recensione

Adagio

Un’estate infuocata è la cornice crepuscolare di Adagio di Stefano Sollima, che tra poliziotti corrotti, politici infami e vecchi criminali, prova a raccontare una storia di paternità e di redenzione in un’Italia quasi post-apocalittica. L’ultimo lavoro del regista di Suburra, Soldado e di Gomorra – La serie non riesce a tradursi in un prodotto di eguale importanza, portando in scena un racconto che nel tentativo di essere intricato risulta in un intreccio incerto e farraginoso. Di certo non quello che ci si aspettava da un autore come Sollima.

In Adagio, il mondo attorno a Roma è in fiamme e il giovane Manuel (Gianmarco Franchini) lascia il padre affetto da demenza per recarsi ad una festa esclusiva con l’intento di catturare immagini compromettenti di un’influente figura politica. Impaurito dalla possibilità di essere ricollegato a quell’ambiente, Manuel lascia la festa improvvisamente, innescando l’ira dei tre poliziotti corrotti che lo avevano ingaggiato nell’intento di vendere i video da lui realizzati in cambio di soldi. La fuga porterà Manuel da due vecchie conoscenze del padre, tutte figure chiave della banda della Magliana. I tre criminali, ormai attempati, si prenderanno cura, ognuno a modo suo, del giovane Manuel, con uno di questi, il Cammello, che finirà per affezionarsi al ragazzo, così simile al figlio deceduto in una sparatoria.

Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea e Toni Servillo si riconfermano come tre tra i migliori attori italiani di questo periodo e danno dignità a dei personaggi sulla carta molto intriganti, complessi e interessanti, ma che in realtà risultano poco approfonditi nel corso delle vicende. Ognuno dei tre “veterani” ha una caratteristica fisica e una back story che lo distingue, a volte accennata a volte meno, ma la cura per questi tre personaggi non fa che mettere in risalto le falle dell’intreccio principale, che vorrebbe essere intricato ma finisce per essere solamente contorto e non lineare per il gusto di esserlo. La problematica più evidente è la motivazione che guida le azioni dei personaggi, spesso poco chiara o comunque non abbastanza approfondita. Manca di certo la capacità di creare una connessione vera con lo spettatore e giustificare la “reazione” che spesso risulta sbilanciata all’azione.

Purtroppo, la storia di Adagio – che di fatto è solamente accennata – si chiude con una soluzione banale e un po’ generica. L’arco di redenzione del Cammello è sicuramente il tratto di trama più interessante, ma il film fa fatica ad istituire una connessione salda tra i suoi personaggi e lo spettatore. Adagio è, in conclusione, un titolo alquanto deludente rispetto alla qualità del regista e del cast, un potenziale stroncato da una scrittura decisamente poco efficace.

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Alberto Militello