“Normal” di Adele Tulli – Recensione

Normal

Dal tepore del grembo materno alla celebrazione di un matrimonio felice, il documentario Normal di Adele Tulli – disponibile nel catalogo ZaLab – traccia la parabola della vita umana attraverso i momenti definiti salienti (se non addirittura imprescindibili) dai modelli sociali dominanti. Normal è un film collettivo composto da tanti brevi affreschi, un tableau vivant che immortala una società, la questiona problematicamente e che fin dalle prime sequenze evidenzia la natura disciplinare del suo approccio: l’antropologia e gli studi di genere.

Il film si apre su una vera e propria duplice vestizione dall’impostazione molto simile, ma con due soggetti ben distinti. Da una parte, il primo piano di una bambina, fuori campo la voce di un uomo di mezza età di cui vediamo solo le mani mentre incide un piccolo foro nel suo lobo e le mette un orecchino. Dall’altra, un bambino sta indossando una tuta da motociclista aiutato dal padre. In entrambi i casi, lo sguardo dei bambini sembra spaesato e impreparato alla prova di coraggio che li attende, rassicurato solo in un secondo momento dalle parole dei genitori. La madre si dice orgogliosa di sua figlia, «sei come la mamma adesso»: il modello di donna da replicare si manifesta nella capacità di sopportazione silenziosa del dolore e afferisce alla dimensione interiore della piccola. Il padre incita il bambino, le sue grida e quelle degli altri genitori riecheggiano con forza in pista in occasione di un moto GP in miniatura che sembra divertire soltanto gli adulti. Il padre definisce il figlio un «leone da pista», attribuendogli un’aggressività e una competitività che non gli sono proprie, replica di dinamiche adulte ben codificate che pretendono dall’uomo un’esteriorizzazione plateale di coraggio.

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I bambini indossano le rispettive maschere, avviando così il racconto dell’esperienza collettiva all’interno di uno sfaccettato mosaico che segue il percorso di crescita nelle sue molteplici fasi e che funge da pretesto per analizzare i diversi aspetti del vivere comune; soffermandosi sulla direzione performativa del nostro agire quotidiano, sull’artificiosità della performance sociale e sulla capillarità e pervasività dei modelli normati. Ancora una volta il rimando alla matrice filosofica e antropologica del lavoro di Adele Tulli – basti pensare agli studi sulla performatività di genere di Judith Butler – è chiaro. Lo spettatore è condotto fino all’età adulta, cui corrisponde un graduale mutamento nella rappresentazione: il corpo della donna è reso oggetto. Le ragazze sono riprese in parti – le gambe, i piedi, raramente in viso – e la regista richiama in buona parte quell’immaginario tristemente familiare all’osservatore, lontana eco di una certa tv generalista analizzata con grande attenzione e acutezza nel suo aspetto più ‘semantico’ da Lorella Zanardo ne Il corpo delle donne (2009), da cui risulta una sintesi impietosa e demoralizzante.

Adele Tulli non adotta uno sguardo femminile (che la regista stessa ammette rivelarsi troppo spesso una gabbia) ma uno sguardo femminista che mette in discussione e scardina gli stereotipi di genere. «Ma come si fa a vivere fuori dalla convenzioni sociali?» scrive Anita sul suo diario, una delle tre voci narranti del documentario Vogliamo anche le rose (2007) di Alina Marazzi. Il documentario analizza i primi movimenti femministi degli anni ‘70 in Italia e nonostante quasi cinquant’anni sono passati dal periodo rappresentato dalla regista, allo spettatore di Normal sembra che la domanda sia ancora estremamente attuale.

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Normal riflette attraverso le immagini, non è esegetico, al contrario: le modalità rappresentative cui la regista ricorre portano a mantenere un equilibrio costante tra straniamento ed empatia. Da tale scelta deriva un impianto che si basa su micro-narrazioni, situazioni analizzate a più riprese per evitare che risultino del tutto sospese e disancorate, al fine di raggiungere la giusta vicinanza che impedisce il distaccamento totale e al contempo scongiura il rischio di identificazione acritica. Lo sguardo è volutamente artificiale, come a sottolineare l’artificialità della realtà stessa, e contribuisce a creare uno spazio visuale in cui l’ordinario e l’assimilazione alla norma sono messi in discussione. Quanto è realmente distante lo spettatore da quello che sta vedendo? Quanto è direttamente coinvolto o toccato dalle dinamiche rappresentate? La risposta è forse rintracciabile nelle reazioni provocate dal film nel pubblico, che spesso si manifestano in una risata in momenti non improntati sulla comicità, tradendo un senso di disagio che è esternazione di un’inquietudine data dalla consapevolezza della nostra immersione nelle dinamiche rappresentate.

Il discorso della regista è supportato dalla rarefazione della parola – quasi sempre monologica e pronunciata solo in contesti in cui viene reso esplicito come seguire le regole di una società eteronormata – unita alla distanza che separa le scene rappresentate e la musica che le accompagna, delicata e perciò straniante. La trasversalità delle situazioni descritte rinforza il senso di oscillamento tra vicinanza e lontananza, rendendo il discorso universale. Le scene rappresentate infatti non sono appannaggio esclusivo di una certa realtà – la provincia italiana, contesti di subalternità culturale – ma toccano il litorale laziale quanto il contesto urbano, rappresentato dal parco più centrale di Milano.

La ricerca di Adele Tulli in Normal è anche – e soprattutto – formale e riflette sul documentario stesso: qual è il margine d’azione del cinema del reale? Può essere in grado di provocare il reale o deve limitarsi a registrarlo? Sembra che la posizione della regista sia chiara: non solo l’osservazione oggettiva e acritica è impossibile, ma l’ulteriore passo da compiere è proprio quello di dialogare con la realtà rappresentata problematizzandola.

Chiara Passoni