The Social – Il prezzo della verità di Aaron Sorkin, la recensione

The Social

Con The Social – Il prezzo della verità, Aaron Sorkin torna a confrontarsi con la figura di Mark Zuckerberg, a sedici anni di distanza da The Social Network. Al centro della vicenda vi sono i Facebook Files del 2021, una serie di inchieste pubblicate dal Wall Street Journal basate su documenti interni di Facebook, forniti alla stampa dalla ex dipendente e whistleblower Frances Haugen (interpretata da Mikey Madison). Mancano tuttavia dei “pezzi” importanti rispetto al film precedente, a partire da David Fincher, sostituito alla regia dallo stesso Sorkin, sino ad arrivare a Jesse Eisenberg, il quale ha rifiutato di ritornare nella parte del fondatore di Meta, lasciando il ruolo a Jeremy Strong.

L’impostazione narrativa e il tono generale del film, di conseguenza (e inevitabilmente), sono ben diversi rispetto a The Social Network. A cavallo tra il thriller investigativo e il biopic all’acqua di rose in stile Snowden di Oliver Stone, The Social – Il prezzo della verità concentra tutta la sua attenzione sulla relazione tra Frances e Jeff Horwitz (interpretato da Jeremy Allen White), uno dei giornalisti del Wall Street Journal incaricato di fare luce sulle attività di Facebook. La ragazza, pur rispettando l’azienda per cui lavora per la sua mission connettiva, è critica della direzione generale della piattaforma, specialmente nell’anteporre il profitto alla sicurezza degli utenti.

Sorkin affianca all’indagine di Horwitz alcuni flashforward dedicati a Zuckerberg, intento a prepararsi per chiarire in Senato il ruolo di Facebook nelle elezioni politiche statunitensi e gli strumenti di fact-checking della piattaforma. Purtroppo, l’alternarsi delle due prospettive è una semplice tecnica retorica di stampo moralistico, un contraltare quasi processuale nei suoi scambi senza alcun gusto per l’incastro narrativo in sé. In tal senso, i personaggi di Raya (parte del team di gestione della crisi di Zuckerberg, interpretata da Wunmi Mosaku) e l’ex azionista Charlie Garrigan (Bill Burr) sono artificiosi, pensati più per la mimesis spettatoriale che per avanzare un pensiero reale sui temi trattati. Una riflessione che, in ogni caso, arriverebbe fuori tempo massimo: questa resa dei conti tanto ricercata da Sorkin (la reckoning del titolo originale The Social Reckoning) non sembra mai realizzarsi, tanto che i riferimenti all’ascesa dell’alt-right statunitense, all’assalto al Campidoglio  del 2021 e in generale a Donald Trump stonano con ciò che (non) sappiamo sui rapporti ambigui degli ultimi anni tra il presidente degli Stati Uniti e lo stesso Zuckerberg.

A tutte queste considerazioni vanno aggiunte alcune bizzarrie che rendono The Social un prodotto strano, nell’accezione peggiore del termine. Jeremy Strong propone uno Zuckerberg alieno, rigido, uncanny, quasi una figura da horror perturbante, sconfinando peraltro nell’overacting pur con poche battute. È uno sguardo a modo suo interessante sul personaggio, ma completamente sopra le righe rispetto al resto del film. In un universo alternativo, The Social avrebbe potuto seguire proprio la via dell’horror o del sci-fi blackmirroriano. Invece ciò che Sorkin propone è un biopic di maniera (ma c’era da aspettarselo) fin troppo ossessionato dalla sua protagonista. Mikey Madison ha dichiarato che Sorkin le ha impedito di dedicarsi al method acting per portare in scena una versione il più fedele e autentica possibile di Frances Haugen. Al contrario, Sorkin ha preferito restituirci una Haugen hollywoodiana: abiti seducenti, capelli bagnati dalla pioggia, incontri furtivi con il giornalista e un’atmosfera che sembra volerla rendere affascinante e misteriosa. Una scelta di puro male gaze che di certo non aiuta un film già compromesso sin dalle sue fondamenta.

Daniele Sacchi