Via Paolo Sarpi e la rappresentazione animata di una comunità: “Chinamen”

Chinamen

Il quartiere di via Paolo Sarpi si presenta come una delle aree più etnicamente connotate di Milano ed è identificabile come la residenza della comunità cinese. Questa convinzione comunemente diffusa era valida fino a pochi decenni fa. Se un tempo la comunità cinese vedeva nel quartiere di Porta Volta la sua casa e vi aveva fondato una piccola città nella città, si può dire che in tempi più recenti tale collettività non sia più raccolta in un’unica zona. Le ragioni dell’allontanamento dal fulcro originario sono di varia natura. In primo luogo si è verificata una trasformazione di carattere sociale: via Paolo Sarpi, infatti, è stata soggetta a un processo di gentrificazione. La Chinatown che si presenta a noi è frutto del processo di ri-modernizzazione dell’area della stazione Garibaldi e dei grattacieli che oggi la circondano. La comunità cinese di Milano è antica e la sua storia affonda le radici all’inizio del secolo scorso. Come narrato nel documentario animato di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, Chinamen, il primo contatto di abitanti cinesi con la realtà meneghina risale all’esposizione universale del 1906.

L’immigrazione cinese si intensifica a partire dagli anni Trenta e, studiando la storia dei primi cinesi a Milano, emerge un altro dato interessante: provengono tutti da precisi distretti del Zhejiang meridionale. Inoltre, il fatto che sia rintracciabile un’esatta provenienza è un dato che porta con sé una serie di implicazioni sociali che influiscono sull’immaginario collettivo. L’immagine che nell’opinione comune milanese è legata alla comunità cinese è infatti veicolata dalla cultura specifica di quell’area, caratterizzata da un sistema valoriale proprio. Quando un milanese pensa a un cinese e associa alla sua cultura una serie di caratteristiche e peculiarità, pensa al cinese del Zhejiang e alla cultura propria di quell’area. La storia più recente è descritta poi da Sergio Basso in Giallo a Milano che, a partire da una rivolta che ha avuto luogo nell’aprile 2007 e ha visto la comunità cinese schierata contro le forze dell’ordine locali, analizza il complesso rapporto che lega via Paolo Sarpi e la sua popolazione al resto della città. Si tratta di un rapporto spesso conflittuale e caratterizzato da un forte pregiudizio difficile da sradicare.

Chinamen

Chinamen si occupa di ripercorrere la storia della comunità cinese a Milano, dai primi passi fino all’inizio degli anni Settanta. Giallo a Milano di Basso si sofferma invece, salvo qualche breve digressione, su vicende di cinesi che vivono la Sarpi contemporanea al regista e ricorre all’innesto di vicende finzionali per romanzare la narrazione e ampliare lo spettro delle situazioni rappresentate. Il fatto che i due documentari siano interamente animati o contengano sequenze animate è un dato da sottolineare. A due tipi di animazione ben distinte corrispondono ragioni e scelte diverse. Demonte instaura un rapporto di fiducia con i testimoni che l’hanno aiutato a ricostruire la vicenda della comunità cinese a Milano e vuole conferire al racconto una delicatezza che solo l’animazione gli avrebbe permesso di avere nei confronti delle loro storie spesso dolorose. Inoltre, Demonte parla di una forma di rispetto e discrezione che questo linguaggio gli ha consentito di dimostrare nei confronti di persone anziane che altrimenti non si sarebbero riconosciute nella loro rappresentazione sullo schermo.

Un’ulteriore motivazione che può soggiacere alla scelta dell’animazione è l’assenza parziale o totale di materiale visivo autentico, reperti filmati, immagini direttamente connesse con i fatti riportati. È infatti difficile reperire materiali di molti degli eventi descritti e, in assenza di questi, la rappresentazione animata è un modo per proporne una narrazione esatta e attendibile, arricchita dalle immagini di documenti ufficiali e articoli di giornali originali risalenti all’epoca storica trattata nelle diverse fasi. La ricostruzione è quindi fondata su fonti autentiche che danno maggiore veridicità al racconto. Diverse sono invece le motivazioni che spingono Basso a inserire sequenze animate all’interno del suo film. L’affresco stilistico proposto da Giallo a Milano è composito e dipende molto dal tema trattato. A ogni tema corrisponde una precisa modalità di rappresentazione. C’è quindi un motivo preciso per cui la parte legata alla vicenda del collaboratore di giustizia è rappresentata attraverso sequenze animate. È chiaro che l’animazione serve a preservare l’anonimato del testimone e nascondere così l’identità di chi parla. Lo stile visivo è molto aderente alla realtà tanto che, come nel caso di Chinamen, si può ipotizzare che i personaggi siano disegnati a partire da fotografie. Infine, una motivazione che accomuna la scelta stilistica di entrambi i registi riguarda l’immediatezza e la semplicità cui è spesso associata l’animazione, che può arrivare a un pubblico più ampio e in modo più coinvolgente e spettacolare.

Per introdurre a dovere l’opera di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, Chinamen, è necessaria una riflessione sul termine che le dà il titolo. Chinamen è stato per lungo tempo il soprannome con cui nel mondo anglofono, e in particolare in quello statunitense, ci si riferiva ai cinesi che si recavano in quei paesi in cerca di fortuna. Il nome ha origine da un senso di superiorità e paternalismo e la sua connotazione iniziale è dispregiativa. L’evoluzione del termine tuttavia comporta un inaspettato cambiamento di significato che lo porta ad essere utilizzato con tutt’altra valenza, ovvero come elemento identitario. Il progetto che descrive la storia di questi Chinamen, o più propriamente degli huaqiao – i cinesi d’oltremare – approdati in Italia, è nato in occasione di una mostra del Mudec, il Museo delle culture di Milano. A seguito dell’uscita di Primavere e autunni, in cui Demonte e Rocchi narrano la storia di Wu Li Shan (nonno di Demonte), il Mudec e il Comune di Milano hanno mostrato interesse nei confronti delle vicende della comunità cinese e del suo rapporto con il capoluogo lombardo. Le due istituzioni hanno quindi commissionato un documentario che ampliasse il campo di indagine all’intera comunità, non limitandosi a un singolo individuo e alla sua storia personale. La genesi del progetto è stata quindi spontanea, quasi come fosse il naturale proseguimento di un percorso già iniziato, un seguito in cui lo sguardo passa dal singolo alla collettività.

Chinamen

La narrazione ripercorre cinque tappe fondamentali della secolare storia della comunità cinese in Italia e in particolare a Milano. La prima ha luogo nel 1906, anno dell’esposizione universale milanese in occasione della quale il commerciante Wu Qiankui instaura un legame con Cesare Curiel, uomo d’affari del capoluogo lombardo. Questo incontro pone le basi per l’insediamento dei primi cinesi nel quartiere di Porta Volta. Milano è qui descritta come una città in crescita e fermento, al centro di un processo che la sta consacrando come metropoli internazionale. La seconda fase ha inizio esattamente vent’anni dopo, nel 1926. È a partire da quell’anno che dalla Francia giungono a Torino venditori cinesi di perle contraffatte. Se nella prima fase i rapporti tra i milanesi e i rappresentanti cinesi sono perlopiù istituzionali e i toni utilizzati sono di fratellanza e amicizia, tra gli anni Venti e gli anni Trenta la situazione è soggetta a un mutamento. La presenza dei venditori ambulanti è pervasiva e coinvolge la vita quotidiana cittadina, portando a un’interazione con diverse fasce della popolazione, dalle donne benestanti che acquistano le perle, ai commercianti italiani che denunciano una concorrenza sleale e troppo competitiva.

La narrazione di Chinamen si sofferma poi sugli anni Trenta e su un inaspettato capovolgimento degli eventi. Con la promulgazione delle leggi razziali nel 1938 viene ordinato l’internamento di molti cinesi in campi di concentramento in Calabria e in Abruzzo. Si tratta di un capitolo fondamentale della storia italiana che in quanto tale tocca anche la comunità cinese, che si presenta come il simbolo di uno stato nemico nell’Italia fascista del periodo bellico. Nella quarta parte il documentario descrive un avvenimento emblematico tanto per i milanesi quanto per i cinesi di Milano: l’inaugurazione del ristorante La Pagoda. L’apertura dello storico locale è un evento chiave per il processo di integrazione della comunità cinese a Milano, che entra nel mondo che li ospita dalla porta principale e che crea così un importante punto di riferimento per entrambe le comunità. La quinta tappa, quella conclusiva, tratta dell’intraprendenza di Mario Tschang, primo italo-cinese nato in Italia, che lo porta ad aprire una nuova via commerciale tra l’Italia e l’Asia.

Chinamen

Ciascuna delle fasi descritte in Chinamen è legata a un personaggio o a un gruppo ristretto di persone che aiutano a raccontare, tramite la loro personale esperienza, una ben più ampia comunità. Tale scelta aiuta la narrazione a essere esaustiva – il periodo trattato va da inizio secolo fino alla fine degli anni Sessanta ed è quindi complesso da trattare nella sua interezza – senza tuttavia correre il rischio di essere troppo dispersiva. L’epopea di un’intera comunità è sicuramente più comprensibile se rapportata alla storia del singolo e quindi vista attraverso lo sguardo del commerciante Wu Qiankui, dei venditori di perle, degli internati nei campi del Sud Italia, dei quattro soci fondatori del ristorante La Pagoda ed infine di Mario Tschang. In ogni fase le vicende di questi soggetti si trovano all’interno di una rete di relazioni con la dimensione locale italiana (e non solo) e i suoi esponenti. Non si tratta quindi di una storia interna e rivolta su se stessa, bensì di una vicenda composta da continue interazioni, in cui la comunità cinese è sempre stata immersa.

Lo stile dell’opera è da ricondurre a quello del fumetto iper-realista. Il documentario animato si basa infatti sulle illustrazioni del libro, di cui segue anche la struttura. Il primo tratto distintivo dei disegni e delle animazioni che compongono Chinamen è quello di non essere riconducibili a una tradizionale animazione dai tratti stilizzati. Sono invece rappresentati volti, luoghi ed espressioni vere, tanto che sembrano ricalcati da una fotografia.  L’illustratore si è confrontato con un’impresa non facile: dare nuova vita a persone appartenenti a un passato ormai lontano, raffigurate in vecchie e spesso piccole o sbiadite fotografie. I colori sono neutri, i personaggi sono rappresentati con le diverse sfumature del nero e del grigio con il bianco. Ciò che colpisce è l’esattezza con cui sono ritratti i luoghi, gli oggetti, gli abiti e tutti i dettagli che permettono di immergersi nell’atmosfera delle epoche raccontate. All’interno di questa scelta di realismo si colloca l’impostazione sonora del documentario che contribuisce anch’essa a creare un’atmosfera che ricrea quella dell’epoca rappresentata: i suoni del traffico milanese degli anni Trenta, il fumo della sigaretta del questore, la folla di commercianti che parla in cinese, il rumore delle navi che arrivano dalla Cina in Italia, le campane della chiesa in occasione dei matrimoni, il rumore di sottofondo del ristorante della Pagoda, i suoni del volo verso il Giappone.

Il progetto è stato molto apprezzato poiché ha il merito di aver dato voce a una comunità poco rappresentata. Allo stesso tempo la critica principale mossa è stata quella di aver fatto passare sotto silenzio gli elementi di conflittualità che hanno fatto parte della storia dell’integrazione cinese a Milano.

La seconda parte dell’articolo, dedicata a Giallo a Milano.

Chiara Passoni