Pacifiction, la recensione del film di Albert Serra

Pacifiction

In Pacifiction – Un mondo sommerso (Tourment sur les îles), Benoît Magimel interpreta l’alto commissario della Repubblica De Roller in una Tahiti piegata da una voce che, se confermata, potrebbe smuovere sensibilmente gli equilibri politici locali e internazionali. La presenza di un sottomarino nei pressi della costa polinesiana parrebbe costituire, infatti, il segnale di una ripresa nell’arcipelago di test nucleari segreti condotti dalle autorità francesi. Il film di Albert Serra, presentato in concorso alla 75esima edizione del Festival di Cannes e ora nelle sale italiane grazie a Movies Inspired, è un’indagine tagliente sui lasciti del colonialismo, una prospettiva ambiziosa – e a tratti anche bizzarra – condotta a partire dal punto di vista privilegiato di un uomo conteso tra più parti.

In Pacifiction, infatti, tutto ruota attorno alla figura di De Roller, un egregio pacificatore in grado di districarsi con grande maestria tra i problemi e le personalità di spicco del contesto tahitiano (e non solo). Tra cene e club, in un flusso di coscienza di pensieri, discussioni, digressioni e intellettualismi, Serra dipinge un affresco di relazioni che individua come ponte interpretativo una decadenza di fondo che permea ogni cosa. Così, anche i movimenti più esteticamente appaganti come le onde tumultuose del Pacifico si istituiscono in realtà come analogia di un Reale torbido e precario.

Come per il lento decadimento di Luigi XIV ne La mort de Louis XIV, lo sguardo registico di Serra pone anche in questo caso l’accento su un progressivo senso di smarrimento, su un sentimento di perenne disillusione e di Morte simbolica che aleggia costantemente su tutto il rappresentato. Il regista catalano celebra la giustapposizione tra una natura burrascosa e implacabile e un’umanità persa e alla deriva. Vi è una stanchezza di fondo in Pacifiction che abbraccia il suo protagonista e tutte le sue immagini, chiedendo allo stesso tempo allo spettatore un sacrificio, ossia di smarrirsi a sua volta nei percorsi ondivaghi tracciati dal film lungo la sua imponente durata di 163 minuti.

Non è un’opera semplice da assorbire, Pacifiction. I Cahiers du Cinéma lo hanno celebrato come il miglior film del 2022, ed è facile capire perché. Quasi completamente anti-narrativo, il film di Albert Serra si affida ad un canovaccio minimalista per costruire un’impalcatura segnica che prescinde da ogni possibile intreccio, con l’obiettivo di trascinare lo spettatore tra le mura di un edificio che fa dell’estetica la sua priorità, non solo visivamente ma anche linguisticamente, in relazione dunque alle stesse parole e in particolar modo al lasciarsi smarrire nel flusso di un discorso infinito. È qui che risiede il merito e, allo stesso tempo, il limite maggiore di Pacifiction, un’opera monumentale e provocatoria di “arte per arte” che, per quanto grandiosa, risulta davvero come poco fruibile.

Daniele Sacchi