Tra (auto)ironia e nostalgia. Omaggio alla parodia cinematografica

Parodia

Qualche tempo fa ho rivisto su Netflix Robin Hood – Un uomo in calzamaglia (qui una sequenza), film del 1993 diretto da quel genio della comicità che è Mel Brooks. È stato allora che ho cominciato a pensare alle parodie cinematografiche. Dall’Aereo più pazzo del mondo alla serie di film di Una pallottola spuntata fino alla saga di Scary Movie, la parodia ha sempre occupato un posto piuttosto rilevante nella produzione cinematografica moderna, regalando veri e propri cult generazionali. Tuttavia, è sempre stata relegata a una posizione marginale, inferiore rispetto alla commedia canonica. Qual è il suo ruolo? Che cosa la rende speciale? Ma soprattutto: perché è il genere metacinematografico per eccellenza?

Mi è tornato in mente un libro letto durante i miei studi universitari. Si tratta di una raccolta di saggi, pubblicata per la prima volta nel 1999, dello scrittore triestino Claudio Magris. Il titolo è tutto un programma: Utopia e disincanto. Ma ancora più emblematico è il sottotitolo: Storie, speranze, illusioni del moderno. In questa serie di scritti, che vanno dal 1974 al 1998, l’autore indaga gli ossimori che compongono la contemporaneità e la nostra condizione umana e storica – la svolta di fine secolo, il ruolo dell’intellettuale, la frontiera, l’identità, il libero arbitrio: la ricerca di una dimensione in cui collocare, più o meno (s)comodamente, l’uomo moderno. Uno in particolare di questi saggi ha sempre stimolato il mio interesse. Si intitola Parodia e nostalgia, in cui Magris tratta la storia e le caratteristiche della parodia, elevandola a vero e proprio genere letterario.

Parodia significa “canto a latere”, che accompagna quindi qualcosa di più grande, al centro delle cose della vita. Non solo: gli risponde, lo riecheggia, gli rifà il verso.  Non è un caso che gli oggetti privilegiati della parodia siano i classici. La vera parodia, dunque, è consapevole di se stessa, di essere un contrappunto laterale, minore, rispetto al canto centrale e fermo che le dà tono. La vera differenza sta nell’autoconsapevolezza. Mentre la satira, caustica e sprezzante, si solleva al di sopra del proprio interlocutore con il solo scopo di distruggerlo e dissacrarlo, il parodiatore si sente più piccolo rispetto al parodiato. Attenzione: minore, ma tutt’altro che inferiore. Secondo Magris, l’autentica parodia, proprio in veste di questa sua consapevolezza, è fortemente autoironica. Essa non prende in giro tanto il testo parodiato, quanto se stessa: la lontananza da quel modello, la propria incapacità – o l’incapacità della propria epoca – di eguagliare il canto alto e forte dell’autore classico. Come fa notare Magris, alcune delle più grandi opere letterarie di tutti i tempi sono nate con un intento parodistico. A partire dalla Batracomiomachia (la parodia dell’Iliade attribuita allo stesso Omero), al Don Chisciotte e all’Ulysses di Joyce, fino ai poemi di Ariosto e Boiardo.

Parodia

Questo ci dà un’informazione in più a proposito della parodia: che non è qualcosa di irriverente o trasgressivo, come si potrebbe inizialmente pensare. Al contrario, rappresenta una forma di omaggio, non di offesa. La sua irrisione è autoderisione, come quelle risate schiette dei bambini, capaci di unire in un colpo solo (auto)ironia e rispetto. Il riso di chi, mentre prende in giro gli altri, prende in giro anche se stesso, senza alcuna supponenza, ma solo godendo di quell’allegria tipica di quando si è liberi da ogni presunzione di sé e in armonia con il mondo.

Un esempio fulgido di (auto)parodia compare proprio nel Robin Hood di Brooks. Nella primissima sequenza del film, vediamo gli abitanti di un villaggio rivolgersi direttamente alla camera, insultando il regista per aver incendiato le loro case al solo scopo di creare degli accattivanti e pirotecnici titoli di testa. Questo ci fa riflettere sullo statuto di genere della parodia, che si configura come vera e propria metacinematografia. Il suo scopo è riflettere sul cinema, sulle sue mode, stranezze, incongruenze, caricaturando i suoi aspetti più canonici. È interessante notare come la parodia sia spesso (e volentieri) usata dalle minoranze per far sentire la propria voce, là dove il mainstream esclude in favore di standard più “canonici”. Grazie alla parodia, il cinema resta umile. Più che di un genere, si tratta di una vera e propria seduta di (auto)analisi: si sondano errori e mancanze passate e se ne fa motivo di allegria, con schiettezza.

Ma forse, prima di ogni altra cosa, parodia significa nostalgia. La mancanza per qualcosa di perduto e inattingibile, che non può essere espresso direttamente, ma soltanto alluso ed evocato indirettamente. In conclusione, la parodia cinematografica è una forma di rielaborazione capace di esprimere anche lo statuto dell’esistenza. In fondo, ogni forma di espressione rappresenta una forma di parodia rispetto alla vita che cerca di esprimere. Perciò siate comprensivi con le parodie: stanno semplicemente celebrando il cinema!

Margherita Montali