Tatami, la recensione del film di Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv

Tatami

Il primo incontro tra i registi di Tatami risale due anni fa. È il 2022, il regista Guy Nattiv risiede a Los Angeles, dove l’attrice iraniana Zar Amir Ebrahimi si trova per promuovere la corsa agli Oscar del film Holy Spider, di cui è protagonista. Lì il regista israeliano le propone un ruolo per un film da lui scritto che racconta la storia di una judoka iraniana che durante i campionati mondiali riceve pressioni dal regime per fingere un infortunio e ritirarsi, evitando così di dover affrontare una judoka israeliana, rappresentante di un paese nemico. Si instaura un dialogo tra i due e l’attrice contribuisce alla storia con una nuova prospettiva, modificandone la scrittura a tal punto da portare il regista a offrirle la co-regia.

Zar Amir si trova quindi davanti a una scelta complessa: il ruolo autoriale e di regista insieme a un israeliano la esporrebbe maggiormente rispetto al solo ruolo di attrice e teme le ripercussioni di questa decisione sulla sua famiglia in Iran, dal momento che il regime potrebbe minacciarla. Quando Zar realizza che questo dissidio è lo stesso che sta alla base della lotta interna della protagonista del film e che la storia si ripete – una donna costretta a rinunciare alla propria carriera nel timore di un regime che vuole disporre della sua popolazione privandola di ogni libertà di azione ed espressione – decide di accettare la regia del film.

Questo breve antefatto viene raccontato dai registi, presenti in sala il 26 marzo al cinema Anteo di Milano. Tatami è stato presentato all’80° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e dal 4 aprile è arrivato nelle sale italiane. Il film, seppure non ispirato a una storia vera, raccoglie in sé una moltitudine di esperienze reali di atlete e atleti che hanno dovuto lottare per il diritto di gareggiare in competizioni internazionali, liberi di raggiungere il massimo della loro espressione atletica.

La storia di Sadaf Khadem, campionessa di boxe nonostante il regime iraniano non riconosca la boxe femminile, dell’arrampicatrice Elnaz Rekabi che ha scelto di scalare senza indossare l’hijab, o di Saeid Mollaei, un judoka che nel 2019 ha perso volontariamente la semifinale dei campionati mondiali dietro le minacce del ministro dello Sport iraniano per non affrontare l’avversario israeliano Sagi Muki, sono solo alcune delle vicende a cui il film si ispira liberamente. La storia di Leila, judoka protagonista del film, risuona quindi chiara e universalizza l’esperienza di troppi atleti iraniani che si trovano davanti a un bivio: rinunciare alla propria carriera o rinunciare a una vita in Iran e alla sicurezza della propria famiglia.

È la tensione tra Leila, l’atleta, e Mariam, la sua allenatrice, a reggere il sistema dei personaggi. Il rapporto che dapprima sembra solidissimo – Mariam è una ex judoka olimpica e crede con convinzione nelle capacità di Leila, la accompagna, la incita, la incoraggia – viene solo adombrato dalle prime intimidazioni, che Mariam decide di ignorare. Le minacce si intensificano a tal punto da renderla nemica di Leila per paura delle ripercussioni da parte del regime e la loro alleanza si trasforma in un violento conflitto.

Tatami segue una precisa geometria spaziale, temporale e ritmica, uno schema che trasmette il senso di oppressione e claustrofobia di una scelta obbligata a cui pare impossibile sottrarsi. L’azione si svolge quasi interamente all’interno della Tbilisi Sports Palace, un’arena sportiva nella capitale georgiana che con la sua rigida architettura sovietica contribuisce a rendere gli spazi costringenti: stretti corridoi dai soffitti bassi che portano a una serie di piccole stanze dove le atlete si preparano all’incontro successivo costituiscono un labirinto fisico ed emotivo. Lo spazio si allarga nel centro dell’arena, dove si trovano i tatami su cui si svolgono gli incontri, e l’ampia platea intorno. Il tatami quadrato definisce un altro importante spazio geometrico e la fotografia lo mette in risalto con sapienti riprese zenitali. L’elemento geometrico predominante è dunque il quadrato che si riflette nel formato di ripresa, il film infatti è girato in 4:3 e ingabbia le due protagoniste.

L’intensità del vissuto delle due donne è trasmessa da riprese che le inquadrano centralmente in primi e primissimi piani, concedendo loro molto spazio per esprimere il dubbio, la rabbia e il dolore. I movimenti della camera sono costanti, rapidi e fluidi, e mostrano l’incedere di una vicenda che non si ferma davanti a ostacoli imposti e che tuttavia si muove faticosamente, in maniera confusa e convulsa. L’apice di questa espressione è raggiunto durante gli incontri, ripresi in movimenti circolari come fossero una danza, indugiando sulle prese, sul tecnicismo dei movimenti di una disciplina raramente al centro del discorso filmico, ma non tralasciando le espressioni e i respiri delle atlete. I movimenti sono coreografati fino al minimo dettaglio.

Il film è scandito temporalmente dai round che formano il torneo e l’avanzare nei combattimenti della judoka fino ai quarti di finale. Leila decide di non fermarsi, si ferisce, combatte sfidando la volontà del regime e poco conta che vinca o meno il torneo, la sua è un’affermazione di libertà che vede lo sport come strumento politico. Leila è una donna libera e lo si intuisce da dettagli disseminati in brevi scene di flashback della sua vita in Iran che la vedono libera nonostante sia circondata da elementi di costrizione. L’attrice che la interpreta, Arienne Mandi, fornisce una prova attoriale emozionante.

Infine, la scelta del bianco e nero rappresenta qualcosa in più di una semplice decisione formale, i registi spiegano: «Ci sono molti motivi. Leila e Mariam vengono da una realtà in bianco e nero, non ci sono sfumature, solo scelte imposte, o obbedisci o sei punito. Il bianco e nero ha contribuito a costruire la tensione. I colori prevalenti del judo sono il bianco e il nero (la cintura nera, il kimono e il tatami bianchi). Si tratta anche di una scelta che aiuta a veicolare una dimensione di atemporalità. Questa storia potrebbe accadere – ed è accaduta – in qualsiasi momento dagli anni ’70 ad oggi».

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Chiara Passoni