“Wolfwalkers” di Tomm Moore e Ross Stewart – Recensione

Wolfwalkers

Nel dicembre 2020 viene rilasciato sulla piattaforma Apple TV+ il quarto lungometraggio del giovane studio d’animazione Cartoon Saloon, nonché terzo dell’animatore, scrittore e regista irlandese Tomm Moore, Wolfwalkers. Ambientato nei pressi della cittadina di Kilkenny nel XVII secolo, si tratta del terzo capitolo della “serie irlandese” di Moore, che vede tra i suoi titoli anche The Secret of Kells (2009) e Song of the Sea (2014, La canzone del mare il titolo italiano). Come accade nei film precedenti, in Wolfwalkers emerge in maniera preponderante il richiamo al folklore celtico-irlandese, sebbene in questo caso, però, il contesto storico sia molto specifico e la vicenda abbia luogo in un universo meno fiabesco rispetto a The Secret of Kells e Song of the Sea, soprattutto nella fase inziale. Tuttavia, si è presto allontanati dalla piccola cittadina di Kilkenny per entrare in contatto con il mondo incantato della foresta, risorsa essenziale per la sussistenza della città in espansione, tana di lupi che minano il quieto vivere dei cittadini e di creature leggendarie, i Wolfwalkers, capaci di esercitare il controllo proprio sui lupi e di confondersi tra di loro.

Come anche negli altri titoli, sia la tecnica utilizzata, sia la scelta di usare sempre i bambini come protagonisti e come punto di vista privilegiato, permettono di seguire l’opera con quel senso di stupore e meraviglia che solo i film per l’infanzia riescono a regalare. Proprio in quest’ultimo punto risiede il maggior pregio e allo stesso tempo il maggior difetto della pellicola, o meglio il suo limite principale. Un po’ per questo, un po’ per gli argomenti trattati, vi è una forte spinta didattica nell’opera che tende a ostacolare lievemente la fruizione del racconto, sebbene sia comprensibile – e ammirabile – lo sforzo degli autori nel raccontare una tradizione tanto forte quanto fragile, vittima della storia, come quella celtica, e anche nell’includere un messaggio ambientalista – per quanto semplificato – nel contrasto tra l’uomo di potere che tenta di distruggere il reame magico della natura e la natura stessa.

Wolfwalkers

Lo stile dell’animazione resta perfettamente coerente a quello degli altri titoli firmati da Moore, richiamando in particolare lo stile di The Secret of Kells, probabilmente grazie alla presenza comune di Ross Stewart in entrambe le pellicole, nel comparto d’animazione del primo film e anche nelle vesti di co-direttore di quest’ultimo. Anche in questo titolo il colore ha un ruolo assoluto: se in The Secret of Kells l’oro delle miniature creava i contrasti più importanti, e in Song of the Sea era ovviamente il  blu il colore fondamentale, in Wolfwalkers è senza dubbio l’utilizzo dei colori della foresta, verde e rosso principalmente, a produrre le tavole più belle del film, in netta opposizione con i colori spenti della città e dei suoi abitanti.

Wolfwalkers si presenta così come un film ben realizzato, forse più debole dei suoi predecessori, ma non meno godibile e con un target assai difficile da localizzare, in quanto presenta tratti e caratteristiche autoriali all’interno di un prodotto che, però, resta principalmente mirato a un pubblico di giovanissimi. Questo rende la scelta distributiva di Apple TV+ alquanto curiosa, ma comprensibile per una piattaforma che cerca spazio in un mercato difficilissimo che ha già i suoi colossi, Netflix e Amazon, a cui si è aggiunto, con un vantaggio nettissimo proprio nel settore dell’animazione, Disney+. Piattaforme a parte, il film resta un prodotto di grande interesse sia per chi vuole esplorare cinematografie e tecniche d’animazione non americane, sia per chi vuole tuffarsi alla scoperta di una cultura antichissima e dimenticata.

Alberto Militello