Resident Evil di Zach Cregger, la recensione del film

Resident Evil

Sei film targati Paul W. S. Anderson, un reboot (Welcome to Raccoon City) e una serie Netflix. Sono tanti i prodotti audiovisivi in live action legati al celebre franchise videoludico Resident Evil realizzati negli ultimi vent’anni, eppure nessuno di questi è mai riuscito a catturare realmente lo spirito del survival horror di Capcom. È qui che entra in gioco Zach Cregger, ormai autore affermato nel panorama horror grazie agli eccezionali Barbarian e Weapons, chiamato a cercare di ridare linfa vitale all’immaginario cinematografico di Resident Evil. Conscio di avere tra le mani un’epopea trentennale fatta di complotti farmaceutici, intrighi governativi, armi biologiche e innumerevoli protagonisti, Cregger compie una scelta sì radicale, ma anche logica: ridurre tutto all’essenziale.

Il regista statunitense, appassionato storico della saga, invece di adattare uno dei capitoli dei videogiochi, decide di operare per sottrazione, con una narrazione scarna che evita tutte le trappole del fan service. Cregger si libera del mythos, optando per un protagonista scritto ad hoc per il film, un corriere sanitario di nome Bryan (Austin Abrams). Il setting è la classica Raccoon City, ma non siamo più negli anni ’90 bensì nella contemporaneità, in un’epoca dove per illuminare la via si ricorre direttamente alla luce degli smartphone. A Bryan viene affidata una consegna misteriosa e importante per l’ospedale di Raccoon City, ma raggiungere la meta non sarà semplice. Tra zombie e creature mostruose non meglio identificate, il viaggio del ragazzo assumerà presto i tratti di un’avventura estremamente pericolosa.

Muoversi da un punto A verso un punto B. Lo schema videoludico più immediato viene riempito da Cregger con ciò che negli altri adattamenti del franchise latitava: una effettiva traduzione per immagini del gameplay dei videogiochi di Resident Evil. Vi è un progressivo aumento della posta in gioco nel disvelamento della minaccia, dall’incontro con il semplice zombie sino a creature mano a mano più “elaborate”, grottesche, disgustose. La progressione nell’equipaggiamento del protagonista, a sua volta, si muove dalla pistola alla doppietta al fucile d’assalto. Vi è il confronto costante con piccoli enigmi ambientali, nello specifico la gag ricorrente del lucchetto da far saltare. In tutto ciò, Cregger adorna l’estetica del suo film offrendo uno sguardo diverso alla natura stessa del franchise senza tradirne le fondamenta, fondendo ad esempio l’idea delle Plagas (i parassiti di Resident Evil 4) con suggestioni carpenteriane che rievocano La cosa, raggiugendo il punto di sublimazione gore più interessante nell’inquietante sequenza all’interno del reparto maternità dell’ospedale.

Insomma, questo Resident Evil filmico è – ed era anche ora, verrebbe da dire – un’opera autoriale in tutto e per tutto, in grado di reinterpretare il materiale di riferimento alla ricerca di nuove possibilità e significati. Lo vediamo anche nel tono scelto, molto vicino alla commedia, tratto distintivo di Cregger sin dai suoi trascorsi pre-cinematografici. Da questo punto di vista, è encomiabile l’idea del regista di scegliere un protagonista lontano dalle sue controparti videoludiche: Bryan non è una macchina da guerra, né in potenza né in atto, ed è pienamente in balia degli eventi che lo circondano. È un eroe improbabile, più vicino a chi guarda/gioca rispetto a chi, solitamente, si trova come protagonista di questa tipologia di racconti post-apocalittici. Ed è, soprattutto, il motivo essenziale per il quale il film riesce a individuare e a presentificare la propria identità, grazie in particolare a un ottimo Austin Abrams, in grado di riproporre quell’esuberanza caotica già accennata in Weapons elevandola a cifra espressiva del suo personaggio e rendendola il cuore pulsante dell’intera operazione.

Daniele Sacchi