“Dune” di Denis Villeneuve – Recensione (Venezia 78)

Dune

Il primo romanzo del Ciclo di Dune di Frank Herbert può finalmente godere di una degna trasposizione cinematografica. O, forse, sarebbe più corretto riferirci in questi termini solamente nei confronti della prima parte del libro di Herbert: Dune di Denis Villeneuve è, infatti, un progetto incompiuto, che ancora necessita di un’integrazione perché il suo naturale svolgimento possa essere realmente completato. È difficile valutare adeguatamente un film come questo Dune, così perfetto e imperfetto allo stesso tempo, specialmente se consideriamo un altro dei suoi contrasti costitutivi, ossia il continuo oscillare tra il punto di riferimento testuale e la necessità, invece, di rivestirsi di una sua precisa identità estetica.

Su quest’ultimo punto, Villeneuve ha decisamente fatto centro e continua a stupire per visionarietà ed ingegno stilistico. Dune è un blockbuster dall’incedere arthouse, tanto chiassoso – la colonna sonora dal respiro quasi drone di Hans Zimmer lo sottolinea ulteriormente – quanto raffinato e, soprattutto, oculato. Il viaggio spettatoriale nell’universo di Dune è una continua scoperta affascinante e meravigliosa, capace di interpretare a modo suo l’enigma della visione. La cura per l’aspetto visivo è, di fatto, impressionante, a partire dagli enormi e minacciosi vermi delle sabbie sino ad arrivare ai più piccoli particolari che possiamo osservare nella caratterizzazione formale delle varie culture in cui ci imbattiamo nel corso del film.

Dune

Ciò che invece stucca nell’esperienza di Villeneuve è il tentativo maldestro di replicare l’ermetismo del testo di riferimento. Se l’aderenza al materiale originale da un lato è encomiabile, dall’altro lato mostra dei limiti nella volontà di riproporre stratagemmi e meccanismi letterari che non sono parte del linguaggio cinematografico, perlomeno in questa forma approssimativa. Il passaggio da una cripticità all’altra rischia di sortire l’effetto opposto, banalizzandone il contenuto e attutendone l’impatto. Inoltre, la sensazione di trovarci di fronte ad un prodotto cinematografico monco si percepisce con preponderanza mano a mano che ci avviciniamo all’anticlimatica chiusura. Cosa penseremmo oggi de Le due torri se si fosse concluso prima della Battaglia del Fosso di Helm? O, per rimanere a Villeneuve, se Blade Runner 2049 fosse terminato poco dopo l’entrata in scena di Harrison Ford senza così giungere al suo incredibile finale liberatorio?

Tutte queste considerazioni non tolgono nulla a ciò che potrebbe risultare essere Dune una volta integrato con la sua seconda parte e con un’eventuale adattamento futuro anche del successivo Messia di Dune. Tuttavia, ad oggi, il Dune di Villeneuve risulta essere solamente un contenitore di splendide sequenze d’azione, accompagnato da una regia e da un comparto tecnico sontuoso, nonché da un cast stellare che vede specialmente Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson in grande spolvero: un’opera che, dunque, riguarderemo sicuramente con grande piacere e con uno sguardo rinnovato una volta che potrà raggiungere la sua effettiva conclusione.

Le recensioni di Venezia 78

Daniele Sacchi