“Spencer” di Pablo Larraín – Recensione (Venezia 78)

Spencer

Spencer è il tributo di Pablo Larraín a Lady Diana, una favola per raccontare quella che il regista cileno stesso definisce in apertura di film come una tragedia. Proseguendo una precisa indagine avviata nel 2016 con Jackie, incentrato su Jacqueline Kennedy, e portata avanti poi con lo splendido Ema, Larraín torna nuovamente a ragionare sull’identità femminile. Protagonista di questo nuovo capitolo della ricerca di Larraín è proprio la figura della Principessa Diana, interpretata da un’egregia Kristen Stewart, che già in passato ci ha dimostrato di essere perfettamente in grado di gestire parti complesse (pensiamo a Sils Maria o a Personal Shopper).

La favola-tragedia di Larraín non segue i binari classici del biopic, inoltrandosi invece in territori dell’immaginario tradizionalmente poco solcati, per raccontarci il weekend natalizio della famiglia reale nella proprietà di Sandringham, nel Norfolk. Il matrimonio tra la Principessa Diana e il Principe Carlo è in crisi, i fotografi circondano la tenuta e cercano di intrufolarvisi per rubare qualche scatto. La sicurezza è ovviamente molto alta e per il boxing day, il giorno successivo a Natale, è stata pianificata una battuta di caccia ai fagiani durante la quale parteciperanno anche i figli della coppia, William e Harry. I dettagli che andremo ad osservare nel racconto di Spencer, però, sono completamente frutto della penna di Steven Knight e della regia di Larraín, intenzionati a fornirci consapevolmente un quadro fittizio per immaginare la percezione di Diana nei confronti dell’imminente fine del suo matrimonio.

Spencer

In Spencer ci troviamo dunque di fronte ad una vera e propria rappresentazione della crisi esistenziale di Diana, a partire dal suo rifiuto a sottostare alle rigide regole della famiglia reale sino ad arrivare alla manifestazione allucinatoria, cangiante e poetica del suo volere effettivo, ossia la libertà individuale alla quale aspira e che ritiene di avere ormai perduto. Non serve a nulla il monito di Carlo, il quale ricorda a Diana che per un reale è necessario vivere una doppia vita, simboleggiata rispettivamente dalle esigenze familiari e dalla maschera da vestire invece in pubblico. Diana non è più interessata a tutto questo: ciò che vuole – e che non sembra più possibile ottenere – è una fuga dalla realtà, magari verso Park House, dove è cresciuta, proprio nei pressi di Sandringham.

Comincia così un percorso di riscoperta per Diana verso se stessa, un sentiero ripido che passa dal dolore interiore, dalla repulsione, dall’autolesionismo e dalla ribellione, sino ad arrivare al confronto con una particolare figura storica, Anna Bolena, nella quale la donna riuscirà a trovare una certa catartica affinità. Larraín, senza mai sconfinare eccessivamente nei domini delle surrealtà, realizza con Spencer un sublime ritratto della Principessa di Galles, sebbene delimitandolo in una cornice finzionale, riuscendo in ogni caso ad apparire genuino, autentico, reale.

Le recensioni di Venezia 78

Daniele Sacchi