“Happiness” di Todd Solondz – Recensione

Happiness

Happiness (1998) è un film scritto e diretto da uno dei maestri del cinema indipendente americano, Todd Solondz, un’indagine stratificata e complessa sulla sessualità, sul tema della pedofilia e, più in generale, sulle dinamiche proprie dell’abuso. Il regista statunitense si muove su percorsi delicati, territori che il cinema ha sempre faticato ad esplorare con la dovuta accortezza e precisione in quanto spesso percepiti come tabù. Dopo l’altrettanto acuto Welcome to the Dollhouse del 1995 (Fuga dalla scuola media l’atroce titolo italiano), Solondz infrange le barriere dell’inenarrabile mettendo in scena le perversioni della upper middle class statunitense.

Happiness ci mostra dunque la storia delle sorelle Jordan: la casalinga Trish (Cynthia Stevenson), sposata con lo psichiatra Bill (Dylan Baker), pedofilo ossessionato dall’amico 11enne del figlio Billy; Helen (Lara Flynn Boyle, conosciuta soprattutto per il suo ruolo ne I segreti di Twin Peaks), autrice di successo ma insoddisfatta della propria vita; la giovane Joy (Jane Adams), terribilmente insicura soprattutto per quanto riguarda le relazioni amorose. A corroborare questo quadro vi sono infine Mona (Louise Lasser) e Lenny (Ben Gazzara), i genitori in procinto di separarsi delle tre sorelle, e il tormentato Allen (Philip Seymour Hoffman), vicino di casa di Helen incline ad effettuare telefonate oscene per il suo godimento personale.

Todd Solondz parte dalle connessioni che legano i personaggi del film tra loro per architettare un racconto dell’anedonia nel quale la ricerca del piacere perduto, nella sua accezione più strettamente legata alla dimensione sessuale, prende le mosse da “semplici” ossessioni che presto però non possono far altro che tramutarsi in amare – e in alcuni casi tremende – realtà. I protagonisti di Happiness sono alla ricerca di una felicità che, ad eccezione forse della candida Joy, per darsi come una presenza reale ed effettiva necessita il totale annullamento dell’alterità, la completa dissoluzione dell’altro in quanto persona e soggetto.

Happiness

È il caso anche di figure apparentemente secondarie come Vlad (Jared Harris), lo studente opportunista di Joy, e Kristina (Camryn Manheim), la cui reazione all’usurpazione subita – uno stupro – non passa dalla legge ma dalla vendetta personale. «Non sto ridendo di te, sto ridendo con te», sentiamo pronunciare Helen a Joy in un dialogo verso la conclusione del film. La risposta della ragazza, tuttavia, è emblematica: «Ma io non sto ridendo!». Nell’esame critico delle dinamiche malcelate della borghesia americana, Happiness tematizza l’azione distruttiva del soggetto che la perpetra rilevando l’impossibilità dell’altro di fornire una risposta adeguata all’abuso ricevuto. Il caso più eclatante da analizzare in tal senso è quello di Bill, agente dell’orrore nascosto nella sua veste mondana di psichiatra, padre e marito modello. L’uomo è in realtà segretamente ossessionato sessualmente dai bambini e già nelle semplici interazioni con il figlio questo fattore diventa presto evidente, per poi esplodere definitivamente una volta che l’amico di quest’ultimo, Johnny, si reca a casa della famiglia per passare una serata.

In questo caso, non ci troviamo di fronte solamente alla deturpazione di un bambino innocente, ma ad un’azione che vede nell’attuazione del proprio spregevole piano di deumanizzazione l’affermazione del dominio dell’impotenza. Johnny, infatti, viene drogato – così come l’intera famiglia di Bill – in modo che l’uomo possa agire indisturbato, non visto. Solondz nega anche allo spettatore – come succede, il più delle volte, anche nel resto del film – la visione effettiva dell’abuso, ma questa scelta stilistica non rende meno efficace il messaggio di Happiness. Anzi, il ricorso ad uno stile visivo asettico e oggettivo, focalizzato sui primi piani dei protagonisti e spesso presentato nella tensione tra tragedia e black humor, è in realtà uno dei punti di forza del film insieme alle ottime prove attoriali del cast. Todd Solondz non vuole, di fatto, shockare eccessivamente lo spettatore: bensì, vuole segnarlo nel profondo per spingerlo a riflettere sul massimo degrado umano, insieme alle responsabilità e al rispetto che dobbiamo assumere nei confronti degli altri quando ci muoviamo alla ricerca della nostra felicità personale.

Daniele Sacchi