“Passing” di Rebecca Hall – Recensione

Passing

Sensibilità ed eleganza sono le coordinate estetiche che regolano l’esordio dietro alla macchina da presa dell’attrice britannica Rebecca Hall, la quale si dimostra in grado di affrontare con un preciso taglio autoriale argomenti complessi e ancora attuali. Con Passing, infatti, Rebecca Hall mette in scena l’omonimo romanzo del 1929 di Nella Larsen coniugando la necessità di affrontare sotto un particolare punto di vista, profondamente intimo e umano, la questione della segregazione razziale nella New York degli anni ’20 con la storia familiare della regista, di origine afroamericana dal lato materno. Forse in virtù di questa spinta personale che funge da matrice strutturale del racconto, Passing non appare mai come un film didascalico o eccessivamente ripiegato su se stesso e sul proprio oggetto d’indagine, dimostrandosi in grado di prendere le mosse dall’aspetto sociale per muoversi al di là di esso, superando il bisogno imperante di un commentario esplicito per dedicarsi ad esplorare a fondo la relazione tra individuo e collettività, con uno sguardo e un movimento che sono, prima di ogni altra cosa, inscindibili dall’esperienza umana e dal valore del sentimento.

Sensibilità ed eleganza, dunque: il formato in 4:3 e la scelta del bianco e nero aiutano a sottolineare sin dalle primissime sequenze di Passing ciò che rappresenta il fulcro essenziale dell’esperienza filmica proposta da Rebecca Hall e dal direttore della fotografia spagnolo Eduard Grau. Il conflitto identitario di Clare Bellow (Ruth Negga), una donna afroamericana che conduce uno stile di vita agiato grazie al suo “passare” per bianca (da qui il titolo del film), viene filtrato attraverso un 4:3 che se da un lato evidenzia il volto come traccia trascendentale dell’alterità (per dirlo con Levinas), dall’altro lato è prigione e allegoria di un vissuto fittizio, una sagoma e simulacro di un Reale artificiale. Da qui, la volontà di riappropriarsi della propria cultura e la ricerca, grazie al fortuito incontro con l’amica d’infanzia Reenie (Tessa Thompson), di una comunità che possa comprenderla realmente, lontano dalla volgarità razzista del marito John (Alexander Skarsgård).

Passing

In tal senso, Passing è un accurato resoconto delle trame del desiderio. O, ancora più precisamente, degli scontri e dei conflitti determinati dall’entrata in gioco delle virtù desideranti. Clare vuole tornare ad assaporare una libertà che percepisce come maggiormente genuina e autentica rispetto alla vita che si è costruita per se stessa: all’interno della comunità afroamericana, Clare può condurre una vita reale, slegata da ogni vincolo. Tuttavia, la scelta di Clare, più che un effettivo ritorno alla normalità, è un sovvertimento dalla natura duplice, perché figlio di un’azione alla sua base – l’atto di “passare” per bianca – che è già di per sé sovversiva. A subire le conseguenze delle sue pulsioni desideranti sarà Reenie, la quale si troverà ad essere spettatrice passiva della rottura del suo equilibrio familiare, plasmato in partenza – a differenza di Clare – a partire dall’accettazione della sua identità, e ora minato alle sue fondamenta.

Rebecca Hall si muove dunque alla ricerca dell’essenza delle relazioni intersoggettive, lavorando sulle dinamiche che intercorrono tra equilibri presunti o reali e gli elementi di disturbo che cercano di frantumarli, così come sui dettagli che strutturano l’esperienza umana nel costante confronto con l’alterità. In tutto ciò, Passing non ha alcuna pretesa di onnicomprensività, né nel micro né nel macro, opera tra il detto e il non detto, lascia questioni in sospeso e sublima l’esperienza filmica tra spazi sottili e movimenti impercettibili, rimettendo ogni giudizio alla quiete e al candore della neve invernale.

Daniele Sacchi