Carrie di Mike Flanagan, sulla carta, sembrerebbe un’operazione vincente già in partenza. Si tratta in fondo di uno dei maestri dell’horror contemporaneo chiamato a confrontarsi con un classico della letteratura di genere. Cosa potrebbe andare storto? Tuttavia, come spesso accade, il semplice appello all’auctoritas non è sufficiente. La rilettura in chiave moderna attuata da Flanagan nella sua miniserie in otto episodi (che tra l’altro potrebbe presto trasformarsi in una serie vera e propria) riesce sì a calare il testo originale di Stephen King in una modernità fatta – anche – di disgregazione familiare, cyberbullismo e massacri scolastici, ma si perde nelle ormai fin troppo diffuse esasperazioni espansive sul modello cinecomic.
Ma procediamo con ordine. Carrie si apre con la protagonista (interpretata da Summer H. Howell, una brillante scelta di casting) pronta a intraprendere il suo percorso scolastico dopo aver trascorso la sua intera vita segregata in casa dai genitori iperprotettivi e complottisti. Pur conoscendo le difficoltà della ragazza, i suoi compagni di scuola faranno di tutto per rendere la sua esperienza un inferno. Sarà in particolare la ricca e viziata Chris Hargensen (Alison Thornton) a prendere di mira Carrie, mentre la scuola, amministrata dal preside Grayle (Matthew Lillard), si dimostrerà impreparata ad affrontare una situazione talmente complessa che presto finirà per coinvolgere tutta la cittadina di Chamberlain. E in tutto questo, Carrie nasconde anche un segreto: la ragazza, infatti, possiede poteri telecinetici.
In modo parzialmente sovrapponibile al romanzo originale, il quale alternava uno stile narrativo tradizionale a falsi documenti d’archivio, Flanagan assegna alle cold open di ciascun episodio uno stile documentaristico, con spezzoni narrati dalla misteriosa Adelaide (Kate Siegel), a volte diegetici – anticipando, ad esempio, gli eventi della notte del ballo di fine anno – a volte puramente esoterici. Si tratta di un’aggiunta che sottolinea il desiderio dello showrunner di non adagiarsi sul già visto, evitando di ripetere quanto svolto negli adattamenti esistenti, a partire dall’eccezionale film di Brian De Palma del 1976. In particolare, l’idea di costruire (viene suggerito sin dal primo episodio) un racconto parallelo legato ad altre figure “speciali” oltre a Carrie non è erronea di per sé. Il problema risiede, più nello specifico, quando questi elementi cessano di avere una funzione additiva e rischiano, al contrario, di sottrarre dall’esperienza complessiva della serie.
Nel momento in cui la serie, infatti, decide di dedicare enormi sforzi sceneggiativi a figure come l’ambigua Emaline (Thalia Dudek), una presenza volta unicamente a manipolare l’agentività trasformativa di Carrie nonché a prendere possesso della sua sfera decisionale, non può che finire per snaturare l’intero processo di crescita, maturazione e caduta della protagonista. Il racconto, in tal senso, inizia ad essere più interessato – come anticipato – ad espandere se stesso, a proiettarsi nel suo futuro in quanto prodotto, evitando di concludersi realmente pur avendo fatto i conti con i suoi snodi principali, per tentare di andare a intrecciarsi con altri universi kinghiani (Flanagan ha dichiarato che vorrebbe girare almeno altre due stagioni). Da questo punto di vista, la conclusione di questa (apparente) miniserie non può che essere insoddisfacente per sua natura, un crimine se pensiamo alla potenza iconico-visiva dell’ultimo atto dell’opera di riferimento.
Nonostante queste criticità, Carrie riesce comunque a brillare nel suo confronto diretto con la realtà. Margaret (una eccezionale Samantha Sloyan), la madre di Carrie, è una fanatica fondamentalista cristiana, qui anche complottista, ma il suo personaggio è ricco di sfumature che la avvicinano a un ritratto estremamente realistico di una madre ansiosa e soffocante. Addirittura, con il suo costante gaslighting, Margaret riesce a tratti ad apparire convincente con i suoi timori persino per lo spettatore, fino a indurlo a fare il tifo per lei nello scontro familiare con la bulla Chris. La serie, da questo punto di vista, riesce ad evidenziare a dovere gli aspetti critici di personalità manipolatorie di questo tipo, senza ridurla a una semplice incarnazione di una visione religiosa e radicale.
Le note positive non terminano qui. La serie ben alimenta la contrapposizione tra Carrie e Chris, focalizzandosi in modo autentico anche sui comprimari che le circondano, come la compagna di scuola Sue (Siena Agudong) e il corpo docente, in particolare l’insegnante di educazione fisica Rita (Amber Midthunder), il consulente scolastico Morton (Tim Bagley) e il già citato preside Grayle. L’universo scolastico che Flanagan costruisce, pur con alcune esagerazioni, è credibile e funzionale, perfettamente in linea con le esigenze tipiche di un teen drama non banale. L’horror purtroppo latita, ma la serie riesce ad affrontare con convinzione alcuni dei drammi sociali del tessuto contemporaneo. Rimane però il dubbio che la direzione intrapresa non sia quella migliore per una storia dalla carica espressiva così vigorosa, cruda e penetrante come quella di Carrie.
Daniele Sacchi




