To Catch a Predator è stato un noto show investigativo statunitense trasmesso da Dateline NBC nei primi anni 2000, condotto dal giornalista Chris Hansen. L’obiettivo del programma era individuare, smascherare pubblicamente e far arrestare presunti pedofili alla ricerca di minorenni online, grazie anche alla collaborazione con i vigilantes informatici di Perverted Justice. Il team del programma organizzava incontri in case sorvegliate dalle telecamere, dove attori si fingevano minorenni per fare da esca ai predatori rintracciati online. Quando questi arrivavano, Hansen li affrontava in prima persona, ponendo domande sulle loro intenzioni poco prima dell’intervento della polizia.
Lance Oppenheim, giovane documentarista statunitense, dedica il suo primo film di finzione Primetime proprio alla figura di Chris Hansen e al suo programma, soffermandosi sul suo ruolo controverso nel definire il rapporto tra intrattenimento e giustizia. Hansen è interpretato nel film da Robert Pattinson, alla sua terza interpretazione di rilievo in questo 2026 dopo The Drama e Odissea (in attesa della quarta, nel prossimo capitolo di Dune), segno dello stato di grazia della sua carriera. Pur con questa nota di merito, a rubargli la scena in Primetime sono i due comprimari, Merritt Wever nei panni della produttrice (fittizia) Andie Bender e in particolare Skyler Gisondo, interprete dell’attore “esca” Dan Plumb, ispirato a Dan Schrack.
Di fatto, Primetime è un esempio di cinema attoriale costruito sulla performatività. Oppenheim si concentra sulla gestualità, sulle distorsioni e sulle stranezze, spingendo i suoi personaggi – in particolare Hansen – al di là dell’osservabile, sfiorando a più riprese la caricatura e la tipizzazione estrema. È sicuramente un approccio interessante, specialmente nel voler offrire un resoconto diverso di un programma che, a modo suo, si racconta e si spiega da solo, e che già è stato sviscerato a dovere dal documentario Predators di David Osit. Proprio in tal senso, Primetime sembra un racconto ancillare, una parentesi sì stimolante per il modo in cui affronta l’argomento, ma poco espansiva al di là della sua carica espressiva immediata.
Adottando i codici del biopic d’autore, Primetime mette in scena l’operatività di To Catch a Predator in varie sequenze dedicate allo smascheramento di diversi individui, nello stile da reality tv del programma originale, sfiorando più volte l’inevitabile relazione tra la dimensione dell’intrattenimento – affiancata a un giustizialismo da poltrona (o da tastiera, diremmo oggi) – e la natura criminale di quanto mostrato. Tuttavia, questa tensione rimane perlopiù superficiale e trova una chiave di lettura efficace solamente nell’ultimo atto del film con il caso di Bill Conradt (interpretato da Alex Winter). Per il resto, Oppenheim concentra il proprio impegno nel tratteggiare uno scontro iconico-dicotomico tra la sfrontata eccentricità di Hansen, non solo nella stravaganza comportamentale (interamente dedita al successo del programma, contro ogni altra esigenza, anche coniugale) ma anche nell’intonazione vocale incerta e bizzarra, e la posa maggiormente calata nel reale di Dan, più autentica e spontanea.
La forza di Primetime, insomma, è anche il suo limite rappresentativo più grande. To Catch a Predator, anche solo visionando clip isolate del programma, appare tutt’oggi come un’esperienza totalizzante a sé, talmente singolare da resistere a ogni rielaborazione e scardinamento. Oppenheim rifugge da una mimesis completa, cercando di ragionare sul potere delle immagini da una prospettiva in parte differente, ma a visione ultimata resta poco di veramente nuovo, se non appunto una marcata sottolineatura della capacità trasformativa – sia attoriale, ma anche intrinseca ai personaggi – dei suoi protagonisti.
Daniele Sacchi




