“Joker” di Todd Phillips – Recensione (Venezia 76)

Joker

Pensare alla figura di Joker, storico antagonista di Batman, riporta alla mente tante storie diverse, a partire da quelle contenute nei fumetti della DC sino ad arrivare alle varie versioni cinematografiche del personaggio. I due Joker più iconici nel cinema appaiono in pellicole ben diverse tra loro, nei toni, nei contenuti e nelle ispirazioni: il fumettoso Joker di Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton (1989), insieme all’anarchico e imprevedibile Joker di Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (2008). Da oggi, la settima arte accoglie una nuova, clamorosa, versione del personaggio: il Joker di Joaquin Phoenix, nell’omonimo film a lui dedicato attualmente in corsa per il Leone d’oro alla 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Il film di Todd Phillips presenta una nuova storia per il personaggio e ne racconta la genesi, in una origin story ben diversa e più matura rispetto a quella che, nell’attuale industria cinematografica, è ormai la prassi per opere che sono state tratte o che si ispirano dai fumetti. Dimenticatevi dunque l’intrattenimento puerile di prodotti come Aquaman, per restare in tema DC, o come l’intero Marvel Cinematic Universe: Joker è un film brutale, sconvolgente, sovversivo. Phillips, che ha anche co-sceneggiato l’opera insieme a Scott Silver (lo sceneggiatore di The Fighter di David O. Russell) compie un salto di carriera eccezionale, passando dalla leggerezza di commedie come la trilogia di Una notte da leoni a un monumentale studio del personaggio, intriso di realismo e di commento sociale. Se da un lato vi è infatti una chiara ispirazione ai film di Nolan dedicati a Batman, dalla serietà delle tematiche trattate sino alla rappresentazione verosimile dei problemi sociali di Gotham City, dall’altro vi è una nuova impronta autoriale ben percepibile che merita di essere lodata.

Nel dettaglio, la trama di Joker si concentra su un uomo, Arthur Fleck. Arthur bada alla madre anziana (Frances Conroy) e cerca di guadagnarsi da vivere interpretando il clown, per pubblicizzare attività per strada o per far divertire i bambini negli ospedali. Tutte le sere, Arthur guarda insieme alla madre lo spettacolo del suo comico preferito (interpretato da Robert De Niro) sognando di trasformare la propria passione per la stand-up comedy in un lavoro. L’uomo, tuttavia, soffre di diversi disturbi mentali, è in terapia e prende dei medicinali. Ha inoltre un grave problema neurologico: spesso, in momenti inopportuni e senza alcun motivo apparente, scoppia a ridere e non riesce a fermarsi. Joker racconta la spirale discendente di un uomo che si sente abbandonato da tutto e da tutti, incapace di comprendere il proprio ruolo in una società che non lo vuole e che sente il bisogno di esibire attivamente il suo rifiuto.

Joker

Con Joker, Phillips vuole prima di tutto testare i limiti empatici dello spettatore. Il regista americano dimostra di conoscere molto bene i meccanismi della percezione umana, rivoltandoli contro lo spettatore continuamente durante lo sviluppo narrativo e visuale della sua opera, imponendo a chi sta davanti allo schermo di prendere una posizione netta nei confronti di ciò che sta osservando, pur scomoda che essa sia. Joker propone un punto di vista soggettivo per tutta la sua durata, cercando di farci vestire i panni di Arthur, mostrandoci i suoi deliri, le cose che lo fanno divertire, il mondo che lui crede corrispondere alla realtà. Lo spettatore perde il suo ruolo di osservatore passivo e diventa un protagonista attivo, complice e supporter del “cattivo” di fronte alle umiliazioni che quest’ultimo si trova costretto a subire.

Nella Gotham City raffigurata in Joker, i poveri, i malati, le persone ai margini della società si trovano a dover combattere quotidianamente per sperare di essere accettati. Quando l’accettazione sembra essere lontana, un incidente isolato può trasformare il risentimento in odio verso coloro i quali vengono percepiti come la fazione opposta, in una lotta violenta e sovversiva tra chi non ha nulla e chi invece ha tutto. Arthur si inserisce in questo orizzonte come una mina vagante, un individuo che, abuso dopo abuso, ritiene di aver infine compreso il significato della sua esistenza, in una lenta metamorfosi che lo porta a diventare il Joker.

Il lavoro svolto da Joaquin Phoenix nel mettere in scena questo processo è, come anticipato, magistrale. L’attore trasforma il proprio corpo, lo adatta alla personalità complessa del Joker di Phillips, e fa suo il personaggio, portando all’estremo la rappresentazione della malattia mentale ma riuscendo anche a farsi percepire come una vittima degli eventi che si trova a dover affrontare. Ed è proprio nella tensione morale tra giusto e sbagliato, tra bene e male, tra chi è carnefice e chi è vittima, che Joker riesce a brillare, proponendosi come un film che parte dal basso e si muove verso l’alto, per spezzare ogni valore riconosciuto come valido da chi sta per l’appunto in alto, in quella che si dimostra essere una vera e propria azione irrefrenabile ed inevitabile.

Le recensioni di Venezia 76.

Daniele Sacchi