“Mother/Android” di Mattson Tomlin – Recensione

Mother/Android

Il robot è una figura chiave della modernità fantascientifica. Figlia dell’alienante sistema fordista e dell’automazione delle fabbriche, incarna la paura dei lavoratori di non essere più necessari perché sostituibili dalle macchine. Con il tempo, questo timore è passato da una semplice sostituzione lavorativa ad una sostituzione nella vita tout court. Fin dalla prima apparizione del termine robot, nel dramma R.U.R. di Karel Čapek (citato nel film come diretta ispirazione), l’immaginario occidentale ha affiancato questa figura ad un’apocalittica rivoluzione dei mezzi tecnici: schiavi che rappresentano l’uomo perfetto si ribellano agli imperfetti esseri umani, soppiantandoli totalmente. Nel cinema, la ribellione delle macchine è stata resa celebre dal cult Terminator nel 1984 e ripresentata in numerose opere, come in Mother/Android di Mattson Tomlin, da poco disponibile in catalogo su Netflix.

Georgia Olsen (Chloë Grace Moretz) è una studentessa liceale la cui vita viene sconvolta durante una vigilia di Natale. L’improvvisa scoperta di essere incinta del fidanzato Sam (Algee Smith) la getta nello sconforto, ma la questione passa in secondo piano quando un glitch informatico trasforma i robot maggiordomi, estremamente diffusi in tutta l’America, in armi assassine. Nove mesi dopo, Georgia, prossima al parto, attraversa insieme al fidanzato il Paese, una realtà ormai pericolosa e devastata dagli androidi. L’unica speranza rimasta sembra essere la città di Boston, in cui gira voce che l’esercito coreano stia accogliendo rifugiati con bambini piccoli per ricostruire una società civile in Corea.

Mother/Android

Il piccolo nascituro rappresenta una figura di speranza, portatrice di vita, quasi un nuovo Messia portato in grembo da una Maria post-apocalittica rappresentata da Chloë Grace Moretz con un foulard blu sulla testa, oggetto-simbolo dell’iconografia sacra. Si aggiunge il pellegrinaggio di una famiglia che cerca un posto sicuro dove poter partorire, ma che trova solo porte sbarrate. Il parallelismo religioso in Mother/Android riesce a rielaborare un topos classico della fantascienza distopica in una chiave decisamente nuova. Come spesso accade in questo genere di film, l’apocalisse diventa metafora di una società egoista e superficiale, abituata a considerare il mondo come una cornucopia da cui attingere infinitamente e senza conseguenze, e si trova costretta ad affrontare i suoi peccati quando il mondo decide di ribellarsi al suo volere. Il bambino diventa allora portavoce di una nuova generazione, un nuovo tipo di umanità che deve allontanarsi dalla dipendenza dalla tecnica: non a caso il piccolo Forest porta un nome che auspica una comunione uomo-natura.

In un panorama mediale in cui le distopie diventano sempre più comuni, Mother/Android dona nuovi spunti di riflessione al genere dei film di fantascienza, trovando un grande punto di forza nell’ispirata interpretazione di Chloë Grace Moretz.

Gianluca Tana