Obsession di Curry Barker, la recensione del film

Obsession

Con uno sguardo superficiale, potremmo pensare a Obsession di Curry Barker come l’ennesimo esempio di film di genere costruito attorno all’ossessione e alle derive più estreme della psiche umana. È presto evidente però come il regista statunitense, qui alla sua opera seconda, sia in realtà ben consapevole dei rischi di tematizzare un impeto che è spesso – per sua natura – in stretta codipendenza con i meccanismi del cinema horror. Barker conosce i rischi, vi naviga attorno e, infine, riesce a costruire un horror perfetto per la Gen Z, molto più a fuoco, ad esempio, del Talk to Me dei fratelli Philippou, film che anteponeva la ricerca dello shock value alla rappresentazione del disagio giovanile. A differenza del duo millennial RackaRacka, Barker è realmente figlio della Gen Z, e si vede: Obsession evita una messa in scena forzata del disgusto relazionale, con lo scopo invece di individuarne l’origine, operando direttamente attraverso le fragilità e – appunto – le ossessioni recondite dei giovani d’oggi.

Barker procede per gradi. Inizialmente il film segue un modello abbastanza comune, quello dell’oggetto incantato (o maledetto, a seconda dei punti di vista) che può concedere un beneficio al suo utilizzatore. Si tratta del “salice dei desideri”, un rametto acquistato dal protagonista del film, Baron (detto Bear, interpretato da Michael Johnston), in un negozio di oggetti esoterici e bizzarrie. Se spezzato, dovrebbe garantire al suo utilizzatore un desiderio. Bear, innamorato della collega e amica d’infanzia Nikki (Inde Navarrette), decide di richiedere il suo amore e nel momento in cui spezza il rametto, il suo desiderio si avvera: i due si fidanzano, sorprendendo anche gli amici Ian (Cooper Tomlinson) e Sarah (Megan Lawless), ma il loro idillio amoroso non durerà a lungo, perché per Nikki si trasformerà in una vera e propria ossessione disfunzionale.

Pur rendendo marcatamente più evidente la follia di Nikki, Barker mantiene sempre il controllo della materia filmica. Il centro focale di Obsession, infatti, non è tanto la progressiva discesa della ragazza in una spirale via via più contorta e disturbata, merito sia di intuizioni brillanti – i risvegli notturni, così come la sequenza in cui Nikki attende Bear per un giorno intero – sia di una performance eccezionale da parte di Inde Navarrette, quanto l’effettiva lettura e interpretazione del rapporto tra i due protagonisti. È ovvio, sin dalle prime istanze del film, che l’ossessione reale sia principalmente quella di Bear per Nikki. Ma il modo in cui Barker ne disvela i tratti si tramuta in una brillante trattazione su alcune caratteristiche proprie del fenomeno incel. In questo, Bear appare come un individuo egoista, schiacciato da un desiderio di controllo che è propriamente suo: l’idea di volere una relazione affettiva per il puro piacere di averla, al di là di ogni autenticità. La presunta affettività di Bear nei confronti di Nikki viene presto esposta come desiderio di controllo e di auto-gratificazione, nonché una mera riduzione dell’Altro a oggetto.

In nessun momento del film, nemmeno quando le azioni di Nikki superano i limiti più estremi, Bear mostra mai un reale interesse verso la ragazza in quanto soggetto autonomo. L’interesse è rivolto all’atto del possedere in sé ed è per questo che, pur con una costante angoscia, oppressione e senso di colpa (egoistico), Bear non sembra mai riuscire a opporsi alla realtà che ha suo malgrado contribuito a costruire per se stesso. L’ironia tragicomica di questo percorso è che la distorsione del concetto di amore, di attrazione e del funzionamento basilare dei legami interpersonali non viene mai realmente assorbita, tramutandosi in un terrore socio-relazionale che, nonostante qualche imperfezione minore di ordine stilistico (come l’eccessivo ricorso alle urla improvvise come modesta strategia orrorifica), ben rappresenta la diffusa – e documentata – precarietà relazionale della Generazione Z. Obsession emerge così come un horror intelligente che riconosce l’ossessione oggettuale come matrice strutturale del presente, in un’epoca di confusione desiderante frammentata e alla deriva.

Daniele Sacchi