La grazia è probabilmente il film più misurato e trattenuto della carriera recente di Paolo Sorrentino. Approdato ora su Netflix dopo la presentazione in apertura all’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia – dove Toni Servillo ha conquistato la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile – e dopo il passaggio in sala, La grazia emerge come un’opera minore nella filmografia del regista. Non necessariamente nel senso riduttivo del termine, ma più nello specifico nel tono, in quanto è un film che sembra rinunciare all’ambizione totalizzante e all’eccesso visionario tipici del cinema di Sorrentino per concentrarsi quasi esclusivamente sulla costruzione del suo protagonista e sulle tensioni interiori che lo attraversano.
Al centro della vicenda troviamo Mariano De Santis, Presidente della Repubblica ormai prossimo alla fine del mandato, interpretato da un eccezionale Toni Servillo. Dopo Il divo, Sorrentino lavora ancora una volta sulla figura dell’uomo di potere, qui sospeso tra immobilismo istituzionale e crisi identitaria, ma ciò che colpisce maggiormente è l’equilibrio con cui Servillo affronta il personaggio. De Santis è eccentrico, talvolta persino bizzarro – basti pensare alla sua passione per Guè – eppure l’attore riesce a non trasformarlo mai in una caricatura completa, mantenendo intatta una certa fragilità che permea il film nella sua interezza.
Più che un film politico in senso stretto, Sorrentino realizza un’opera che utilizza il ruolo presidenziale come dispositivo etico e simbolico, toccando questioni relative alla grazia istituzionale e all’eutanasia senza filtri ideologici, agendo invece attraverso la sensibilità individuale del protagonista e la sua incertezza morale. In questo, Sorrentino costruisce un parallelismo piuttosto efficace tra il potere di concedere la grazia agli altri e la difficoltà del protagonista nel concedere una qualche forma di assoluzione a se stesso. In tal senso, La grazia funziona soprattutto come character study più che come una riflessione sistematica sulle istituzioni italiane o sul potere. È un film che guarda alla solitudine della decisione, alla paralisi provocata dalla necessità di scegliere e, soprattutto, alla pesantezza emotiva di chi continua, con ostinazione, a non voler dimenticare. La presenza spettrale della moglie scomparsa di Mariano, così come il trauma mai realmente elaborato del tradimento, subentra in questo spazio di riflessione in modo evanescente, quasi misterico, attribuendo un peso anche esistenziale al racconto.
Allo stesso tempo, però, emerge chiaramente una certa natura manieristica dell’operazione. Se da un lato l’assenza dei sorrentinismi più esibiti evita al film di sprofondare negli eccessi grotteschi che avevano reso insopportabile il precedente Parthenope (impossibile dimenticare il kitsch estremo dell’uomo “fatto di acqua e sale”), dall’altro lato La grazia appare a tratti quasi eccessivamente controllato nel suo tentativo di mantenersi in equilibrio. Alcune sequenze risultano troppo dilatate, mentre determinati inserti come il cameo di Guè spezzano la sensazione di stabilità ricercata nel film. Eppure, anche nei suoi limiti, La grazia mantiene una sua sensibilità precisa, costruendo un’opera a modo suo malinconica. Non tutto riesce a sedimentarsi con forza (e alcuni dialoghi sfiorano spesso un autocompiacimento puramente sorrentiniano), ma il film comunque conserva sempre una lucidità coerente nelle proprie intenzioni.
Daniele Sacchi




