Ragione e sentimento di Georgia Oakley, la recensione

Ragione e sentimento

Georgia Oakley, nella sua versione cinematografica di Ragione e sentimento sceneggiata dalla scrittrice australiana Diana Reid, costruisce il confronto tra il senso comune di Elinor e la sensibilità di Marianne come una complementarietà piuttosto che come una contrapposizione manichea. Le sorelle Dashwood incarnano due visioni diverse della vita a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, sia nel relazionarsi con il tessuto sociale (a partire dal microcosmo familiare) sia nelle aspettative amorose, ma ogni lettura necessariamente morale (anzi, moralizzante) viene messa da parte – e chi conosce la letteratura critica sul lavoro di Jane Austen lo sa – per accogliere entrambe le prospettive.

L’intreccio, già portato sul grande schermo nel 1995 da Ang Lee, è noto. Dopo la morte del padre, le sorelle Elinor (Daisy Edgar-Jones), Marianne (Esmé Creed-Miles) e Margaret (Bodhi Rae Breathnach) sono costrette insieme alla madre (Caitríona Balfe) a fare i conti con un’inaspettata precarietà economica e con le incertezze della vita sentimentale. Elinor, più razionale e riservata, si avvicina a Edward Ferrars (George MacKay), mentre Marianne si lascia travolgere dall’affascinante Willoughby (Frank Dillane), le cui ambiguità contrastano con la discreta devozione del colonnello Brandon (Herbert Nordrum).

Oakley ben cattura le modalità attraverso le quali le differenti disposizioni d’animo delle due sorelle incidono in termini di aspettative sociali e di promesse d’amore. La messa in scena del rapporto tra Elinor e Edward è uno studio sul non detto, sulla gestualità, sui sentimenti trattenuti e non (o mal) espressi. Marianne, invece, è schietta e caustica nel giudicare l’attitudine “vacua” e poco espansiva del colonnello, mentre la spavalderia di Willoughby viene accolta fin troppo incondizionatamente. Ragione e sentimento traduce queste dinamiche sul piano visivo centralizzando la relazione tra le protagoniste, in particolar modo nei limiti di entrambe e nella messa in scena del loro eventuale superamento. Le figure maschili, al contrario, restano ai margini, agendo come ponti per l’affermazione identitaria delle protagoniste, più che come meta e fine esclusivo per la loro formazione.

Oakley e Reid, in tutto ciò, non rinunciano all’ironia di Jane Austen e alle tipicità stereotipiche del racconto in costume, ma allo stesso tempo abbracciano anche una chiara sensibilità contemporanea, rinunciando a una fedeltà storica pedissequa (lo vediamo nelle feste, ma anche nelle scelte di trucco e parrucco) pur evitando – per fortuna – le sfuriate pop alla Emerald Fennell. Tuttavia, in questa versione di Ragione e sentimento, l’elaborazione del paradigma austeniano dello spazio domestico è poco incisiva e assolutamente periferica, mentre maggior peso viene attribuito al dilemma amoroso vero e proprio, specialmente nel caso di Marianne, sacrificando dunque a più riprese l’introspezione psicologica e l’osservazione sociale per una passione che, in ogni caso, non decolla mai. Pur con queste cadute, Oakley riesce comunque con il suo film a restituire l’autenticità del legame empatico tra Elinor e Marianne, trovando in un epilogo semplice ma efficace una sintesi delicata del loro percorso emotivo condiviso.

Daniele Sacchi