Sirât, Prix du Jury al Festival di Cannes 2025, è l’ultima polverosa incursione di Oliver Laxe in quello che è un cinema sì affascinante, ma anche doloroso e perturbante. Ambientato nel deserto del Sahara, il film del regista galiziano segue le vicende di un padre, Luis (Sergi López), da diverso tempo alle prese con la ricerca della figlia scomparsa. Luis si aggira tra i rave nel deserto, accompagnato dal figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) e dalla cagnolina Pipa, nella speranza di poter trovare qualche informazione, una traccia che possa permettergli di ritrovarla. L’incontro con un gruppo di ragazzi – Stef, Josh, Bigui, Tonin, Jade (tutti attori non professionisti e artisti di strada pescati direttamente dalla scena festivaliera) – porterà Luis e Esteban a muoversi con loro a sud, verso la Mauritania, dove dovrebbe iniziare un nuovo rave.
Quello che a prima vista potrebbe sembrare un racconto on the road con all’orizzonte una speranza di reunion familiare si trasforma presto in un’odissea tragica. In tal senso, Sirât si presenta soprattutto come un’esperienza sensoriale, a tratti liminale. Più che focalizzarsi sulla ricerca in sé e sulle possibili motivazioni dietro alla scomparsa della figlia di Luis, il film si manifesta man mano come un trip percettivo che rende la sua cornice desertica un luogo stratificato, a modo suo energetico, dove a incontrarsi – e a scontrarsi – sono sensazioni contrastanti, pensieri e direzioni diverse, shock e urti (letterali e metaforici). C’è spazio anche per la dimensione politica, con un conflitto globale che imperversa al di fuori della messa in scena e che i protagonisti del film, così come lo spettatore, sono comunque chiamati a tenere conto.
Questo abbraccio col tessuto del politico non può che intersecarsi inevitabilmente anche con l’attitudine alla vita dell’insolito gruppo con il quale Luis e suo figlio si trovano ad avere a che fare, sia nel sottolinearne l’atipicità (costitutiva e innegabile), ma anche nel movimento contrapposto che tende invece ad avvicinare prospettive completamente opposte. Specialmente quando è la tragedia a insorgere insormontabile, agendo come trama connettiva là dove difficilmente sarebbe possibile istituire un dialogo. A riempire il vuoto è la colonna sonora di Kangding Ray, ipnotica e febbrile, vero e proprio specchio dell’anima dei protagonisti di Sirât, vagabondi di un deserto che non è solo luogo e materia, ma anche appendice esistenziale di un mondo alla deriva.
Sirât dunque, inteso come la via, il cammino, il ponte che secondo la tradizione islamica separa il paradiso e gli inferi, affonda le proprie radici nella realtà per spostarsi poi su una superficie-Altra, spirituale e meditativa, la quale non può, infine, che reimmergersi nel Reale. Per questo, il film di Laxe opera come un percorso a sua volta, una progressiva presa di coscienza – che sia del dolore e della sofferenza, dell’accettazione del proprio posto, della consapevolezza della rovina del mondo – che nella sospensione della sua chiusura rimanda ogni scelta all’universo interiore del singolo individuo.
Daniele Sacchi




