A due settimane di distanza dall’uscita di Obsession di Curry Barker, l’arrivo in sala di Backrooms di Kane Parsons (conosciuto online come Kane Pixels) segnala ulteriormente – come se ce ne fosse ancora bisogno – la capacità del genere horror di imporsi come la forma di esplorazione cinematografica più proficua e originale della contemporaneità. Il film di Parsons, al debutto alla regia di un lungometraggio, è la traduzione su grande schermo della sua serie pubblicata su YouTube (di nuovo uno youtuber, dopo Sandberg, Barker, Stuckmann, Markiplier e i fratelli Philippou) dedicati al creepypasta delle backrooms, fenomeno internettiano partito da un thread di 4chan del 2019 e diffusosi negli ultimi anni in svariati media, tra testi, immagini, video e videogiochi.
Invece di limitarsi ad adattare il materiale già prodotto, tuttavia, il giovane regista statunitense – classe 2005 – lascia le redini sceneggiative a Will Soodik (Homeland, Westworld, Ash vs Evil Dead) per dedicarsi completamente all’orchestrazione della messa in scena e al sound design dell’opera. Il risultato è un viaggio di 110 minuti in una serie di ambienti – le backrooms – caratterizzati da pareti giallastre, arredamenti minimalisti privi di logica e oggetti incastrati (anzi clippati) nella moquette. Si tratta di spazi liminali sospesi ed eterei, un insieme di luoghi dalla geometria incerta che, nella loro moltiplicazione infinita, lasciano da parte ogni pretesa di referenzialità. È in questa non-struttura che Clark (Chiwetel Ejiofor), un venditore di mobili, finisce per ritrovarsi dopo aver attraversato una parete del suo negozio. Sarà compito della sua terapista, la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve), andare a cercarlo, ma dovrà fare attenzione, perché le backrooms nascondono minacce imprevedibili e letali.
Un canovaccio narrativo abbozzato permette a Parsons di dedicare la maggior parte dei suoi sforzi registici all’esplorazione degli ambienti delle backrooms, fulcro essenziale anche del suo lavoro su YouTube. Lo scopo è costruire una precisa atmosfera in luoghi che appaiono come familiari, tra oggetti comuni sempre “fuori posto” come sedie, tavoli e quadri, per evocare sensazioni alienanti di sospensione e di smarrimento. La trama è un pretesto, così come l’elaborato worldbuilding soggiacente (nel film solamente suggerito). L’obiettivo reale è perdersi tra i corridoi delle backrooms, tra le verità latenti che queste misteriose stanze cercano di nascondere e di seppellire. È qui che Parsons attua un vero e proprio salto prospettico allontanandosi in parte dalle suggestioni più cospirative della sua serie di video, andando a concretizzare, in maniera più esplicita, l’aspetto psicologico, trasformando gli sparuti accenni sulla vita dei suoi due protagonisti in una riflessione sulla memoria che, seppur non travolgente, trova una sua brillantezza grazie alle labirintiche e stranianti distorsioni spaziali delle backrooms.
Tra uffici (che non sono uffici), negozi (che non sono negozi) e piscine (che non sono piscine), Parsons trasporta lo spettatore in un universo cangiante dove ogni passo nel vuoto esistenziale che questi spazi rappresentano assume i tratti di un processo di scoperta interiorizzante. Ogni possibile rivelazione per il proprio Sé, in un contesto di questo tipo, non può che risultare sconvolgente. Sembra quasi un movimento inverso rispetto all’orrore cosmico lovecraftiano, il quale cattura la piccolezza dell’essere umano dinanzi all’immensità (e all’indifferenza) dell’Essere, delineandosi invece come un movimento indirizzato verso il perturbante freudiano, quella paura primordiale e latente rivolta – appunto – nei confronti del familiare. Il registro visivo del film è in buona parte quello ormai classico del found footage, ma Parsons non eccede nella forma e riesce a trovare una buona amalgama tra queste incursioni analogiche alla The Blair Witch Project (e affini) con uno stile più asciutto, guidato in particolar modo da una grande interpretazione di Ejiofor, senza peraltro nascondere alcune ispirazioni evidenti (I segreti di Twin Peaks e Inland Empire di David Lynch). Per un film nato da una leggenda digitale, Backrooms si presenta come un’opera insospettabilmente matura, capace di individuare nella deformazione ambientale una chiave di lettura efficace per le pressioni e le ansie identitarie del contemporaneo.
Daniele Sacchi




