Rebuilding di Max Walker-Silverman, la recensione

Rebuilding

Nel suo Rebuilding, il regista Max Walker-Silverman si appoggia a una forma di cinema che sembra quasi ostinatamente sottrattiva, in particolar modo nella sua rinuncia agli eventi. È il punto di partenza del film, d’altronde: l’incendio che apre la vicenda è una soglia già oltrepassata, una frattura originaria che ha cancellato il ranch del protagonista Dusty (Josh O’Connor) e, insieme ad esso, una certa idea di continuità personale. Con questa forma mentis, Rebuilding si dispone come un progressivo tentativo di riorientamento segnico in cui il fulcro essenziale non risiede tanto nella sopravvivenza post-perdita, bensì si colloca nel campo della ridefinizione del Sé, là dove il contesto materiale che lo sosteneva è andato perduto.

Così, Dusty si muove in tutto ciò come un vero e proprio residuo identitario più che come un soggetto pienamente costituito. Il film insiste su questo punto seguendo il vagabondare errante del protagonista in una comunità di sfollati, vite sospese in cerca di nuove prospettive e significazioni individuali. Ed è in questo spazio di confronto che Rebuilding articola la sua idea più coerente (e allo stesso tempo maggiormente esposta al rischio di una schematizzazione eccessiva): la possibilità di una ripartenza identitaria collettiva vissuta sul piano relazionale e affettivo, in una sorta di anti-individualismo implicito. Dusty cerca dunque di rinforzare il suo legame con l’ex moglie Ruby (Meghann Fahy) e con la figlia Callie Rose (Lily LaTorre), non in un’ottica di “tradizionale” recupero affettivo, ma con una rinegoziazione delle condizioni stesse attraverso le quali un legame può ancora essere pensato come possibile e, eventualmente, come stabile e duraturo.

Sotto questa luce, Rebuilding riesce a tradurre la ricostruzione emotiva di Dusty (il titolo, con una metafora semplice, allude anche a questo processo) in una serie di microvariazioni relazionali, spesso affidate a gesti minimi e a un’attesa che non è mai soverchiante. La regia di Max Walker-Silverman è sobria, quasi neutrale, come se il suo compito fosse solamente quello di pedinare i suoi personaggi e di non interferire con la lenta sedimentazione delle loro forme di contatto. All’interno di questo impianto, la performance di Josh O’Connor agisce come principio di coesione, inserendosi nella sua filmografia come ulteriore sfoggio (pensiamo ad esempio a La chimera e a The Mastermind) della sua capacità di lavorare spesso ai margini della visibilità psicologica dei suoi personaggi, trovando nel film un ruolo perfettamente in linea con questa postura.

Tuttavia, nella sua linearità controllata senza sussulti e con poche pretese, Rebuilding espone anche il suo limite strutturale più evidente. Il film aderisce con fin troppa precisione a un modello ormai riconoscibile del cinema indipendente americano alla Sundance, in cui la perdita viene progressivamente convertita in comunità, vicinanza, riscrittura del Sé, e così via. La trasparenza di tale percorso, pur mitigata da una regia attenta e da un’interpretazione centrale solida, produce innegabilmente una sensazione di già visto che abbraccia in particolar modo l’organizzazione simbolica della vicenda raccontata. Il rischio è che la sottrazione stilistica finisca per coincidere con l’assenza di ogni ambiguità, impedendo un adeguato soffermarsi sulle zone di attrito che pure vengono a più riprese evocate. Nonostante questa prevedibilità, Rebuilding conserva in ogni caso una sua tenuta proprio nella coerenza tra tema e forma, con un minimalismo che non appare mai come mero stilema, evitando di sovrastimare ciò che viene mostrato, preferendo al contrario accompagnare i personaggi in una zona intermedia di riflessione – e soprattutto di riparazione – che riesce comunque a tradursi in uno stimolante discorso affettivo-identitario.

Daniele Sacchi