Lee Cronin – La mummia, la superbia di un autore che si crede “arrivato”. Dopo il dimenticabile esordio Hole e dopo il tiepido tentativo di rilancio del franchise de La casa (La casa – Il risveglio del male), il regista irlandese Lee Cronin affianca il suo nome a un possession movie banale e estremamente derivativo. Il richiamo al mostro classico della Universal è solo una suggestione: Lee Cronin – La mummia è in realtà un’operazione congiunta tra Atomic Monster (James Wan), Blumhouse e New Line Cinema, più vicina per tonalità (e mediocrità) all’universo cinematografico di The Conjuring e prodotti affini.
La premessa del film, di per sé, è anche buona. Siamo in Egitto e la famiglia Cannon è in procinto di trasferirsi a New York dopo che Charlie (Jack Reynor), giornalista di successo, ha trovato un nuovo lavoro. Tuttavia, una donna sospetta riesce ad attirare Katie, la figlia più piccola di Charlie, fuori dal giardino di casa e a rapirla. La famiglia denuncia quanto accaduto ma l’indagine, condotta dalla giovane detective Dalia (May Calamawy), non porta a nulla. Otto anni dopo, un sarcofago viene ritrovato in seguito a un misterioso incidente aereo e, una volta aperto, rivelerà al suo interno Katie, ancora in vita. La ragazza, catatonica e incapace di parlare, si riunisce con la sua famiglia, ora residente ad Albuquerque, ma problemi di natura ambigua e sovrannaturale non tarderanno a manifestarsi.
Di interessante, in questa fase introduttiva di Lee Cronin – La mummia, emergono sia l’aspetto psicologico della vicenda sia la sua cornice misterica. Da un lato, troviamo un accenno ai sensi di colpa paterni legati al rapimento della figlia, la perdita di fiducia tra moglie (Larissa, interpretata da Laia Costa) e marito, così come la difficoltà nel conciliare la felicità del riunirsi con Katie e la consapevolezza della sua precaria condizione fisica e mentale. Allo stesso tempo, il film suggerisce a più riprese la presenza di un’azione sovrannaturale in corso, veicolata a sua volta dall’azione umana (la primissima sequenza, ad esempio, è dedicata alla cura del sarcofago da parte di una famiglia egiziana).
Tuttavia, queste suggestioni rimangono largamente inesplorate nel momento in cui il film decide di percorrere la via facile, adagiandosi sul sottogenere delle possessioni senza alcuna particolare nota creativa di spicco. Anzi, Lee Cronin – La mummia rientra in tal senso tra i peggiori esempi visti negli ultimi anni di questa tipologia di horror, in un miscuglio che, come dicevamo, guarda più al conjuringverse, nonché all’episodio de La casa firmato dallo stesso Cronin e a L’esorcista (senza lo stesso impatto, ovviamente). Dal punto di vista strettamente visivo, poi, Cronin abusa della doppia messa a fuoco con lente split field permeando le inquadrature del film di un’artificiosità palpabile, oltre a ricorrere a una commistione tra CGI ed effetti artigianali che purtroppo non appare mai come realmente convincente.
Tra personaggi altamente stereotipati (come l’abuela cattolica), body horror fine a se stesso, schiene inarcate e le classiche voci demoniache, Lee Cronin – La mummia è un collage del già visto che si prende fin troppo sul serio nella sua ridicolaggine. Pensiamo ad esempio alla sequenza del funerale, la quale non sfigurerebbe in Scary Movie per tono ed esecuzione. E no, non siamo nel territorio della metariflessione alla Scream, e nemmeno nel so bad it’s good. Siamo in un film che l’autore ritiene abbastanza caratteristico da portare il suo nome nel titolo, ma che sconfina rapidamente nell’horror senza anima, con un’unica passione: quella per l’esibizione sfrontata dello schifo, tra vomito, unghie spezzate e così via, che ben ne sottolinea la sterile cifra manieristica.
Daniele Sacchi




