«Change!». La voce di Curt Smith dei Tears for Fears introduce Timothée Chalamet nei panni del pongista Marty Mauser – ispirato alla figura del “Needle” Marty Reisman – mentre lavora come commesso nel negozio di scarpe di suo zio Murray a New York. Sono gli anni ’50, ma il tappeto sonoro scelto dal regista Josh Safdie e dal compositore Daniel Lopatin per Marty Supreme pesca a piene mani dagli anni ’80, una decisione ben ponderata che guarda al ritmo dell’immagine e alla costruzione di una precisa atmosfera vibrante più che alla fedeltà storica. Similmente, il film di Safdie non è un biopic in senso stretto quanto una rilettura contemporanea vicina alle distorsioni e al caos del precedente Diamanti grezzi realizzato col fratello Benny. Presto, infatti, la smisurata ambizione di Marty Mauser lo condurrà a ritrovarsi in situazioni man mano più surreali e al limite, tra furti improvvisati, relazioni amorose complicate e un pericoloso patto con un gangster interpretato da Abel Ferrara.
L’esaltazione del talento nel tennis da tavolo del protagonista fa dunque da cornice a un intreccio tipicamente safdiano che, se da un lato osa di più rispetto all’altro biopic sportivo di famiglia (The Smashing Machine di Benny Safdie), dall’altro lato è in perenne rischio di sovraccarico. Le prolissità sono tante, la durata (150 minuti) è esagerata per un racconto di questo tipo, così come la reiterazione degli elementi caratterizzanti l’opera sembra fin troppo evidente, a partire dal tone of voice complessivo che è più vicino a un prodotto per la gen Z rispetto al presentarsi come effettivo period piece. Ma, lo dicevamo per le scelte musicali, questa direzione stilistica non è da intendersi necessariamente come una colpa, eppure la sensazione di una sovrabbondanza iterante si avverte spesso nel corso dello sviluppo del film.
Fortunatamente, Marty Supreme compensa la sua eccessiva tracotanza narrativa con un’ardente passione per l’immagine, la quale traspare sia dalla direzione della fotografia di Darius Khondji, sia dalle magistrali performance attoriali. È proprio nel lavoro sul corporeo che Marty Supreme trova una delle sue ancore più solide. Timothée Chalamet non si limita a incarnare l’arroganza febbrile di Marty Mauser, ma ne assorbe anche la disciplina fisica: le sequenze di gioco sono ben calibrate anche perché l’attore ha imparato realmente a giocare a ping pong, restituendo credibilità e ritmo a ogni scambio, in particolar modo nella rivalità con il giocatore giapponese Koto Endō (Koto Kawaguchi). La performance di Chalamet è nervosa, eccessiva, talvolta respingente, ma perfettamente allineata a un personaggio che vive nell’ossessione di non essere ordinario, disposto a sacrificare tutto pur di non fermarsi.
Accanto a lui, il cast di supporto si rivela sorprendentemente compatto. Odessa A’zion dona a Rachel, la compagna di Marty, un’irruenza e una forza caratteriale che la elevano rispetto al classico ruolo accessorio, cosa che accade anche per Gwyneth Paltrow nei panni della diva anni ’30 Kay Stone, specialmente nel mettere a nudo la voracità ingovernabile del protagonista. Anche in questi ruoli più brevi, Marty Supreme restituisce quell’impressione di un mondo saturo, rumoroso, sempre sul punto di collassare che è cifra distintiva del cinema safdiano. In definitiva, Marty Supreme è un film sbilanciato, ridondante, talvolta estenuante, ma coerente nella sua furia e nella sua visione. Un’opera che parla di talento, di ossessione e di sogni che cambiano forma strada facendo, lasciando quella sensazione di ansia elettrica difficile da scrollarsi di dosso, in particolar modo nell’immancabile scontro con la realtà. Perché sì, «everybody wants to rule the world, all for freedom and for pleasure», ma nulla dura veramente per sempre.
Daniele Sacchi




