Separato dal fratello Josh (impegnato con Marty Supreme, in uscita a gennaio 2026), Benny Safdie arriva da solo in concorso all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con The Smashing Machine. Biopic d’autore, il film racconta la storia di vita del campione di arti marziali miste Mark Kerr, interpretato da Dwayne “The Rock” Johnson, e della moglie Dawn Staples, interpretata da Emily Blunt. Ed è un piacere constatare che, dopo 25 anni di prove attoriali modeste in action flicks di dubbio gusto, Dwayne Johnson abbia finalmente deciso di mettere al servizio della settima arte non più solo la sua fisicità, ma anche quell’arte dialettico-performativa che l’ha reso un’icona immortale del wrestling americano.
Chiariamoci, nel Mark Kerr di Dwayne Johnson non c’è nulla del The Rock più esplosivo e electrifying di fine anni ’90 e primi 2000. A sovrapporsi è però la passione per la “maschera” del personaggio, un fattore che nella carriera hollywoodiana di Johnson non era mai emerso prima e che qui trova finalmente sfogo. Johnson diventa Kerr, portandosi con sé i suoi demoni e le sue ossessioni. Una su tutte: non voler mai perdere. Su questo si basa la fase iniziale della carriera sportiva di Kerr, qui esaminata nel periodo dal 1997 al 2000, a partire dall’esordio nell’MMA brasiliana per poi proseguire nella UFC grazie alla connessione con l’amico Mark Coleman (interpretato dal lottatore Ryan Bader, all’esordio cinematografico).
Strutturalmente, Benny Safdie alterna gli aspetti più esplicitamente sportivi della pellicola, legati agli incontri e agli allenamenti di Kerr, con il suo rapporto quotidiano con la fidanzata Dawn. La regia è meno pulsante rispetto a Diamanti grezzi e a Good Time, ma specialmente le riprese degli incontri immergono lo spettatore nel vivo dell’azione, grazie anche a una colonna sonora di pregio, ritmata ma mai invasiva. Nell’esaminare le dinamiche personali della coppia, emergono mano a mano i segnali di una relazione tossica, con Mark che antepone la cura del suo fisico ad ogni altra cosa mentre Dawn non rispetta i limiti del compagno, specialmente nel tentativo di quest’ultimo di superare la sua dipendenza dagli antidolorifici.
Safdie lavora dunque per alternanze, concedendosi anche qualche balzo eclettico senza una precisa direzione, come l’ironica sequenza alle giostre tra Mark e Dawn. Sono episodi divertenti ma centellinati, Safdie non perde mai l’equilibrio del racconto, e da un certo punto di vista è un peccato vista la qualità dei reboanti e frenetici film girati con il fratello. Come centro focale di The Smashing Machine rimane solido, lungo tutta la durata del film, il conflitto esistenziale del suo protagonista, incapace di concepire la possibilità di una sconfitta. Ilare, in tal senso, è un’intervista in cui un giornalista giapponese – Kerr combatteva anche a Tokyo nell’organizzazione PRIDE – chiede al lottatore di spiegare cosa potrebbe significare per lui perdere. Kerr ruota intorno alla domanda più volte, prova a rispondere, ma non ce la fa. Saranno le “sconfitte” della vita a permettere a Kerr di trovare la sua verità, e il film di Safdie riesce a coglierne ogni sfumatura con grande lucidità e forza emotiva.
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Daniele Sacchi




