Robin Hood – Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski, la recensione

Robin Hood - Il prezzo del sangue

Robin Hood – Il prezzo del sangue è il pessimo adattamento italiano di un titolo veramente semplice e arduo da sbagliare, The Death of Robin Hood, ossia La morte di Robin Hood. Si tratta, di fatto, di un tradimento filologico che rischia, tramite una strategia di marketing che guarda distrattamente all’opera come un action flick, di distorcere il senso complessivo dell’operazione di Michael Sarnoski. Il regista statunitense porta infatti sul grande schermo una rivisitazione scritta di suo pugno della ballata popolare Robin Hood’s Death, un racconto dedicato al leggendario fuorilegge della Contea di Nottingham che ne rivisita il mythos classico (già in Robin e Marian di Richard Lester, con Sean Connery e Audrey Hepburn, se ne potevano scorgere alcuni elementi). Sarnoski decostruisce la figura dell’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri esplorando un Robin Hood efferato e brutale, giunto ormai nel tramonto della sua vita.

Il film è ambientato nell’Inghilterra del 1247. Un anziano Robin Hood (Hugh Jackman) vive isolato, segnato dal peso di un passato di violenza e sangue. Quando il suo vecchio compagno di avventure, Little John (Bill Skarsgård), torna a cercarlo, l’uomo viene trascinato in un ultimo conflitto in cui rimane gravemente ferito. Accolto dalla priora Brigid (Jodie Comer) in un convento su un’isola remota, Robin cerca di fare a patti con il suo tormentato passato, prendendo allo stesso tempo sotto la sua ala protettrice Little Margaret (Faith Delaney), figlia di Little John. Dovrà però guardarsi le spalle da un ragazzo (Noah Jupe) in cerca di vendetta, mentre il senso di colpa lo divora lentamente.

Dopo il passo falso di A Quiet Place: Day One, con questo Robin Hood – Il prezzo del sangue Sarnoski ritorna a una storia più intima e rurale, ricordando nelle intenzioni il suo esordio Pig. Tuttavia, le premesse iniziali, puramente a livello del rapporto tra lo sguardo e l’immagine, sembrano in realtà ben diverse. Nel primo atto del film, Sarnoski sceglie la brutalità più estrema per tratteggiare il suo Robin Hood, come a voler sottolineare la necessità per lo spettatore di dover vedere in prima persona ciò che l’uomo rappresenta realmente. Se da un lato questa scelta segue una logica percettiva evidente nel voler trasmettere l’orrore veicolato da chi sembra aver abbandonato completamente la sua umanità, dall’altro lato ricade a più riprese nel becero torture porn, con una forzata reiterazione del gore che sembra guardare più allo shock value che ad altro.

Fortunatamente, il resto del film ricalibra gli estremismi della prima mezz’ora in un percorso di introspezione caratterizzato da un ritmo ben più trattenuto, in linea con la necessità del protagonista di fare i conti con le proprie azioni e con l’impossibilità di lasciare alle spalle il proprio passato. Dal dover guardarsi continuamente le spalle e dal continuo ricorso alla violenza (che assurge, in questo, a statuto ontologico), Robin Hood deve ora confrontarsi con la pacatezza curativa della priora, nonché con l’inaspettata amicizia stretta con un uomo lebbroso (Murray Bartlett), pur accettando allo stesso tempo un ruolo quasi paterno con Little Margaret. Così, tutti i movimenti dello spirito che accompagnano l’uomo verso l’inevitabile morte annunciata dal titolo (effettivo) del film assumono una forma precisa che, attenzione, non va scambiata per un semplice tentativo di redenzione. Nonostante il setting cristiano, Sarnoski rifugge da una mera interpretazione religiosa degli eventi. Muovendosi verso la conclusione, è evidente l’assunzione di una prospettiva diversa che accoglie, su un piano sia concettuale sia pratico (pensiamo alla modalità effettiva in cui Robin Hood muore), una attitudine compensatoria nel guardare alla vendetta in un’ottica archetipica, quasi primordiale, e a modo suo poetica, sublimata da un eccezionale monologo recitato da Jackman, qui in una delle sue migliori interpretazioni.

Daniele Sacchi