Tron: Ares, la recensione del film di Joachim Rønning

Tron: Ares

C’è una certa malinconia nel modo in cui Tron: Ares riapre la saga iniziata da Steven Lisberger più di quarant’anni fa. Forse perché l’idea dell’interconnessione digitale, che negli anni ’80 rappresentava un sogno di libertà, oggi appare già esplorata, satura, priva di mistero. Oppure perché il film di Joachim Rønning, nel riprendere i temi e le immagini del Grid originale, cerca di riaccendere quella stessa meraviglia, peraltro rievocando la figura di Kevin Flynn (Jeff Bridges) come un padre mitico, un ricordo spettrale che vorrebbe restituire un po’ di anima a un mondo ormai ebbro di tecnologia.

A quindici anni da Tron: Legacy, il mondo digitale e quello reale cercano ancora un punto di contatto, una soglia che permetta alle entità sintetiche di stabilizzarsi nel mondo fisico per più di 29 minuti. La CEO di ENCOM, Eve Kim (Greta Lee), intravede nel codice di permanenza nascosto nei vecchi computer di Flynn la possibilità di spezzare quel limite. È qui che emerge Ares (Jared Leto), nuova incarnazione del Master Control Program sviluppata dal genio spregiudicato di Julian Dillinger (Evan Peters), nipote del villain del primo Tron. Ares è una macchina distruttiva all’apparenza perfetta, pensata per seguire alla lettera gli ordini e le direttive del suo creatore. È supportato da altri temibili programmi, come Athena (Jodie Turner-Smith), ma nel tentativo di portare a termine la sua missione – rapire Eve per consegnare a Dillinger il codice di permanenza – scoprirà qualcosa di nuovo: l’empatia.

A partire da queste premesse, Tron: Ares si lascia attraversare da una spettacolarità estetica e audiovisiva travolgente, in cui ogni sequenza, anche la più neutra, viene plasmata dalla colonna sonora dei Nine Inch Nails, con Trent Reznor e Atticus Ross che elaborano un universo sonoro pulsante in grado di trascinare l’immagine oltre se stessa. Il montaggio sonoro, calibrato con precisione chirurgica, si fonde con l’immaginario tipico del franchise, fatto di identity disk e di light cycles, affogando pienamente nella sua dimensione sintetica – e sinestetica – classica. È qui che Rønning riesce davvero a far brillare la pellicola, quando accetta la semplicità basilare del racconto e si abbandona al ritmo dell’immagine.

Questo perché, al di là del virtuosismo tecnico e di una trama striminzita da blockbuster (più che sufficiente per un prodotto che non pretende di cambiare le regole del gioco), Tron: Ares cade inevitabilmente preda delle derive industriali contemporanee. Il sentore di riscritture e reshoot è palpabile: troppi personaggi sono solamente abbozzati, troppe sottotrame sacrificate. Il cameo di Bridges è tanto evocativo quanto superfluo, mentre la figura di Caius (Cameron Monaghan) viene appena introdotta per poi dissolversi senza scopo. Tutto vibra di una post-produzione ansiogena e di un controllo eccessivo che soffoca ogni impulso “autoriale” per un prodotto fin troppo standardizzato e sicuro. La regia tenta a tratti di restituire spessore al conflitto tra umano e digitale, ma il tema dell’umanizzazione dell’intelligenza artificiale è ormai un sentiero consumato, e il film non riesce a rinnovarlo.

Jared Leto è impalpabile, quasi un riflesso sbiadito del concetto che incarna, mentre Evan Peters interpreta un Julian Dillinger goffamente caricaturale. Solo Greta Lee e Jodie Turner-Smith restituiscono delle prove attoriali davvero vibranti, ma sono anomalie tra personaggi scarni (come la madre di Julian, una tiepida Gillian Anderson) e sidekick irritanti (Seth, interpretato da Arturo Castro). Eppure, nonostante i suoi difetti evidenti, Tron: Ares trova nel contrasto tra la sua intensa spettacolarità audiovisiva e la sua pochezza narrativa una forma di paradossale coerenza. La sensazione di trovarsi di fronte a un artefatto digitale – sublimata anche da una splendida sequenza retro che richiama direttamente il primo Tron – riflette la natura del mondo che racconta. Come un codice che non si risolve mai del tutto (i suggerimenti per un eventuale sequel sono parecchi), Tron: Ares vive nel suo stesso loop, replicando il sistema chiuso che mette in scena, trovando proprio nella sua imperfezione un equilibrio convincente e suggestivo.

Daniele Sacchi