Her Private Hell di Nicolas Winding Refn, la recensione

Her Private Hell

Nicolas Winding Refn mancava sul grande schermo da dieci anni, dai tempi di The Neon Demon, e il suo nuovo lavoro Her Private Hell sembra ancora fermo a quell’impostazione algida ed estetizzante. Dopo aver abbandonato – almeno in parte – la dimensione cinematografica con la serialità sperimentale di Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, Refn torna infatti alle coordinate estetiche che avevano caratterizzato Solo dio perdona e, appunto, The Neon Demon, ma lo fa attraverso un’opera fuori tempo massimo. Non tanto perché il suo cinema non possa ancora operare secondo gli stessi principi adottati in passato, quanto perché Her Private Hell sembra invece una vera e propria copia sbiadita di se stesso, un esercizio di autoreferenzialità nel quale neon, corpi femminili eterei, violenza, suggestioni oniriche e simbologie esoteriche vengono reiterati senza integrarsi con una reale necessità espressiva.

Più nel dettaglio, Refn cerca di costruire una narrazione sospesa tra (ir)realtà, memoria e dinamiche familiari ambigue. Al centro della trama troviamo Elle (Sophie Thatcher), giovane attrice trasferitasi in un gigantesco hotel insieme alla matrigna Dominique (Havana Rose Liu) e al padre Johnny Thunders (Dougray Scott), celebre regista con il quale sta lavorando a un film di fantascienza. Nella stessa cornice troviamo Hunter (Kristine Froseth), nuova co-star di Elle, mentre in parallelo si sviluppa la vicenda di K (Charles Melton), un soldato ossessionato dalla scomparsa della figlia e dalla leggenda del Leatherman, un’entità assassina e demoniaca che emerge dalla nebbia.

Già da questa sintesi narrativa appare evidente il principale problema di Her Private Hell: quasi ogni elemento introdotto dal film esiste soltanto perché possa essere osservato, senza individuare una possibile forma di riedificazione significante. Refn opta per la sovrabbondanza, ibridando suggestioni lynchiane pervasive con l’essenza del giallo all’italiana (con spruzzate di noir e di melodramma sci-fi), sovrapponendo tutti questi aspetti senza che si stabilisca mai una tensione tra di essi. In questo, Her Private Hell non riesce nemmeno a presentarsi come un esercizio di estetismo compiuto, perché dietro la proliferazione di forme, colori e corpi non sembra esserci una ricerca efficace sul dispositivo visivo.

Il problema diventa ancora più marcato nel modo in cui Refn utilizza il kitsch. Alcune sequenze, come quelle in cui i personaggi abbaiano gli uni contro gli altri, sembrano appartenere a un film completamente diverso, ma non per la frattura tonale in sé, bensì perché rimangono sospese, prive di una reale funzione narrativa o percettiva. Un discorso simile può essere rivolto al set cristallino come parte della mise en abyme della protagonista, più un orpello vacuo che un reale referente simbolico. In più, la melodrammatica colonna sonora di Pino Donaggio contribuisce a rendere l’esperienza complessiva del film ancora più straniante, ponendosi in continuo e netto contrasto con l’hybris cervellotica delle immagini refniane. È un materiale musicale di indubbio fascino, ma anche uno dei tanti elementi che vivono a margine del film invece di entrare in diretta relazione con esso. Insomma, con Her Private Hell Refn partorisce una creatura artificiosa e senz’anima che non ha davvero nulla da dirci (in particolar modo sul cinema stesso), se non sulla dispersione creativa del suo autore.

Daniele Sacchi