Digger di Alejandro González Iñárritu, la recensione

Digger

Tutti i film di Alejandro González Iñárritu sono storie su storie. Persino l’ipertrofico Bardo, il tonfo netflixiano di quattro anni fa, a modo suo lo era, nell’ibridare la Storia del Messico con la storia personale del regista. Digger riparte da Bardo, con le sue imperfezioni e i suoi slanci egoriferiti, proprio nel suo guardare alla Storia, ma si rivolge indietro anche alla teatralità di Birdman e – più lateralmente – alla trilogia della morte, in particolar modo nell’indagare la relazione tra realtà e finzione. Più nello specifico, Digger è una farsa metacinematografica sulle azioni deliranti di un anziano magnate del petrolio, Digger Rockwell, interpretato da Tom Cruise, alla sua miglior prova attoriale dai tempi di Magnolia.

Digger ha costruito la sua fortuna intrecciando business, politica e una sistematica indifferenza per le conseguenze ambientali delle sue decisioni. Quando una catastrofe ambientale di proporzioni globali mette a nudo la fragilità del sistema che ha contribuito a creare, Digger e il presidente degli Stati Uniti Compson (John Goodman) scelgono inizialmente di non affrontare il problema per proteggere i propri interessi, nella speranza di non perdere il consenso popolare. A partire da questo inevitabile fallimento ne deriveranno altri, in un vero e proprio declino post-apocalittico raccontato con toni da satira grottesco-demenziale, affiancati all’ambizione del blockbuster autoriale.

L’artificio metatestuale che regge il film – che non sveleremo – viene presto presentato come una svolta cardine nell’interpretazione del racconto. Se da un lato ne attenua forse l’impatto complessivo, dall’altro lato apre a stimolanti riflessioni, inserendosi sia in un discorso più squisitamente narrativo, coinvolgendo il personaggio di Kenny (Jesse Plemons) e il rapporto tra rappresentazione e realtà, sia in un discorso più esteso che riguarda Iñárritu come autore in grado di riflettere ancora con convinzione sulle questioni cardine della sua filmografia. Per il resto, Digger è una sorta di anti-dottor Stranamore, meno brillante e più kitsch, riuscitissimo nei suoi calchi del Reale, a partire dallo stesso Digger come magnate cinico e senza scrupoli, passando per i personaggi secondari più funzionali come la sorella affarista Emma (Sandra Hüller), sino ad arrivare infine al Presidente Compson come vera e propria maschera trumpiana.

Non stupiscono, in tal senso, le stroncature ricevute dalla critica anglo-americana, spesso restia (pensiamo anche all’incompreso A House of Dynamite di Kathryn Bigelow) nell’accogliere opere così dirette verso le possibili conseguenze nefaste delle politiche statunitensi contemporanee, specialmente per questioni geopolitiche o relative alla crisi ambientale. Da questo punto di vista, Digger evita gli intellettualismi alla Megalopolis, abbraccia il brutto e il pacchiano e ride di esso, senza necessariamente esplicitare la propria morale, se non attraverso il gusto per un certo tipo di messa in scena (la direzione della fotografia è di Emmanuel Lubezki) propria della commedia ma che a tratti riesce ad essere anche spettacolarizzante, e, come dicevamo, nel guardare alla farsa come dispositivo interpretativo della realtà. In questo, la splendida sequenza finale assume un valore allegorico, indubbiamente dolceamaro, rispetto alla nostra epoca post-Covid, la quale, prima o poi, dovrà fare i conti con le conseguenze delle proprie contraddizioni e crisi.

Daniele Sacchi